Leghisti e sovranisti all’attacco delle scuole

 

“Il migrante vien di notte con le scarpe tutte rotte; vien dall’Africa il barcone per rubarvi la pensione; nell’hotel la vita è bella nel frattempo ti accoltella; poi verrà forse arrestato e l’indomani rilasciato”.

Anche la filastrocca dell’Epifania, pensata per far sorridere e sognare bambini, oggi rimbalza ridotta a parodia sui soliti social, presa ad ispirazione dall’assessore alla sicurezza (?!) e vicesindaco di Monfalcone, cittadina decisamente all’avanguardia nel considerare i processi migratori come una calamità da cui tenere alla larga i bambini autoctoni.

Siamo alla vigilia del rientro a scuola, ma il clima intorno alla narrazione governativa che si sposta sui linguaggi infantili e sull’intero mondo dei più piccoli non concede tregue. A Trento si è parlato per tutto il periodo delle vacanze natalizie di cosa stava accadendo o sarebbe accaduto al rientro agli insegnanti che non hanno taciuto davanti alle esternazioni di una neoeletta consigliera leghista della Provincia autonoma che lamentava l’uso delle altalene di un parco giochi da parte dei bambini non italiani residenti nel quartiere.

Cosa sta succedendo dentro e intorno alle aule scolastiche e ai luoghi educativi? Che partita si sta giocando?

L’educazione è l’arma più potente che si può usare per cambiare il mondo, ammoniva come molti ricordano, Nelson Mandela. È così: a scuola si scrive la storia di una comunità, a scuola si esercitano i modelli che si vogliono mettere come orizzonte per il futuro, a scuola si selezionano i saperi e le loro interpretazioni (perché no, non esiste il sapere neutro, oggettivo, svincolato dal tempo e dalle idee degli uomini e delle donne).

È a scuola che viene agita una narrazione che riguarda il plurale, le relazioni, la possibile collocazione individuale nella storia collettiva.

Questo è uno degli assunti che qualunque politico anche scadente ben conosce e la storia di quello spazio di vita e di formazione è quella del campo di azione di interventi che, in una direzione o nell’altra, lavorano per dare forma alle menti e agli animi dei più giovani con un’intenzionalità che spesso purtroppo manca agli insegnanti che troppo di frequente si trovano ad agire da comprimari o peggio da burattini obbedienti al Mangiafuoco di turno.

Gli ultimi sei mesi sono stati un susseguirsi di interventi che hanno avuto le aule scolastiche come palcoscenico di azioni che hanno visto gli insegnanti o chiamati a sostenere logiche di esclusione e sovranismo (quel “prima gli italiani” ripetuto ossessivamente che è entrato sotto la pelle di molti) o a tacere sotto il velo di responsabilità decisionali altrui o ancora ad essere attaccati ed osteggiati per posizioni poco conformi a quelle della narrazione governativa.

L’estate ha visto la sigla di accordi tra amministrazione e dirigenze scolastiche nel profondo nord est italiano, proprio a Monfalcone, per limitare entro una soglia simbolicamente minoritaria la presenza di bambini non italiani nelle scuole dell’infanzia del comune.

A Trieste proprio in apertura dell’anno scolastico il Liceo Petrarca ha visto rifiutare dal sindaco il patrocinio e gli spazi per poter esporre una mostra che aveva ed ha a tema la memoria sulle leggi razziali di cui si celebrava nell’anno appena trascorso gli ottant’anni dell’emanazione. Quella mostra ora gira per tutta Italia, adottata da scuole, comuni, associazioni, ed anche il Comune ha ritrattato rispetto alle posizioni iniziali che tanta solidarietà nei confronti della scuola avevano suscitato.

La mensa di Lodi ha mosso in autunno le attenzioni di mezza Italia con il provvedimento che impediva alle sole famiglie non comunitarie l’accesso alle tariffe agevolate a mensa e scuolabus in base al reddito dichiarato per il lavoro svolto in Italia da famiglie migranti regolarmente soggiornanti nel nostro paese ma non in possesso di documenti sulle proprietà immobiliari nel paese di origine, attestazioni spesso non rintracciabili nella gran parte dei paesi di provenienza di quelle famiglie.

Cenate Sotto (Bergamo) ha visto poco prima di Natale consumarsi un provvedimento analogo, che nel colpire i non residenti nel comune, ha escluso da molti servizi, mensa compresa diversi bambini, questa volta italiani.

E sempre in periodo prenatalizio il ministro dell’interno ha liquidato gli insegnanti che pensano ad una scuola senza richiami espliciti di carattere religioso come a soggetti “da curare”, dichiarandosi però allo stesso tempo contrario a presepi con rappresentazioni che richiamino i valori che storicamente e spiritualmente quel simbolo esprime: accoglienza, solidarietà, allargamento della famiglia umana.

Trento è l’ultimo episodio che ci sta accompagnando anche durante la chiusura natalizie delle scuole, con una ritorsione minacciosa che si fatica a considerare legittima verso il lavoro degli insegnanti che hanno voluto mettere in musica con i loro alunni il diritto di ciascun bambino a salire sulle altalene di un parco giochi, sentendosi a casa.

La scuola sotto attacco, la scuola leva per la legittimazione di un pensiero sovranista o la scuola che non retrocede sul suo compito di pensarsi come comunità senza precedenze, senza esclusioni, tutela dei diritti di tutti. La scuola di Saltamuri, del coordinamento Uguali Doveri e di chi intorno a queste realtà si è stretto e riconosciuto per trovare risposte allo smarrimento di molti momenti degli ultimi mesi.

Molti citano in questi giorni, in difesa del lavoro fatto a Trento e non solo, passi molto chiari delle Indicazioni Nazionali; riprendo in mano questo testo anche io e fatico un po’ a scegliere tra i tanti passaggi che oggi andrebbero scritti a lettere grandi nelle aule, nei corridoi, sui cancelli d’ingresso delle nostre scuole:

Perseguire la finalità sancita dalla nostra Costituzione di garantire e di promuovere la dignità e l’uguaglianza di tutti gli studenti “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” e impegnandosi a rimuovere gli ostacoli di qualsiasi natura che possano impedire “il pieno sviluppo della persona umana”.

L’obiettivo è quello di valorizzare l’unicità e la singolarità dell’identità culturale di ogni studente. La presenza di bambini e adolescenti con radici culturali diverse è un fenomeno ormai strutturale e non può più essere considerato episodico: deve trasformarsi in un’opportunità per tutti. Non basta riconoscere e conservare le diversità preesistenti, nella loro pura e semplice autonomia. Bisogna, invece, sostenere attivamente la loro interazione e la loro integrazione attraverso la conoscenza della nostra e delle altre culture, in un confronto che non eluda questioni quali le convinzioni religiose, i ruoli familiari, le differenze di genere.

La promozione e lo sviluppo di ogni persona stimola in maniera vicendevole la promozione e lo sviluppo delle altre persone: ognuno impara meglio nella relazione con gli altri. Non basta convivere nella società, ma questa stessa società bisogna crearla continuamente insieme.

La nostra scuola, inoltre, deve formare cittadini italiani che siano nello stesso tempo cittadini dell’Europa e del mondo. I problemi più importanti che oggi toccano il nostro continente e l’umanità tutta intera non possono essere affrontati e risolti all’interno dei confini nazionali tradizionali, ma solo attraverso la comprensione di far parte di grandi tradizioni comuni, di un’unica comunità di destino europea così come di un’unica comunità di destino planetaria. Perché gli studenti acquisiscano una tale comprensione, è necessario che la scuola li aiuti a mettere in relazione le molteplici esperienze culturali emerse nei diversi spazi e nei diversi tempi della storia europea e della storia dell’uma­nità. La scuola è luogo in cui il presente è elaborato nell’intreccio tra passato e futuro, tra memoria e progetto

(Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione-MIUR)

Oggi noi abbiamo un testo come questo che ci permette di dire quale sia la cornice dentro cui si muove la scuola, un testo che può essere messo a rete di protezione degli attacchi, delle minacce, del fango gettato sul lavoro che viene fatto. Potremmo non averlo più, dobbiamo saperlo. Vediamo molto velocemente essere messi in discussione principi e norme che consideravamo acquisiti, assunti e modelli collettivi che vengono cancellati per legge, o, peggio, attraverso decreti. Oggi tutto può essere riscritto, anche perché il consenso per farlo non manca.

Scuola e volontariato sono i luoghi cruciali dove si gioca la costruzione dell’immaginario collettivo, quelli in cui le narrazioni diventano profezie del futuro, non a caso sono in questa fase oggetto di attenzioni che diventano ingerenze, pressioni, indirizzi non richiesti edinsieme penalizzazioni volte a tenere comunque basso il profilo di ciò che possono offrire in autonomia. La tassazione per le attività di volontariato e i tagli previsti per le fasce più deboli a scuola vanno lette in modo non casuale nel panorama in cui ci stiamo muovendo.

Allora penso che non ci devono servire le Indicazioni Nazionali, che pure sono ricche di passaggi così preziosi, per scegliere che scuola vogliamo essere, che racconto vogliamo offrire a bambini e ragazzi. Non ci servono per decidere di dar conto della storia di scambi e contaminazioni culturali che stanno dietro ogni pagina dei libri su cui si impara. Perché non serve solo o almeno non serve sempre parlare esplicitamente di inclusione e di superamento del noi/voi/loro, forse la differenza può farla il non retrocedere mai dal racconto del nomadismo che è dell’uomo sin dalle origini, dei viaggi compiuti dai numeri e dalle parole, dai cibi e dalle musiche, dai teoremi di geometria e dagli abiti che indossiamo. Per ridere, ridere davvero, sopra all’idea di un’identità o di una tradizione o cultura che siano pure, generate sul patrio suolo, senza debiti o crediti nei confronti di alcuno.

Tutto ciò che noi siamo, sappiamo, facciamo è possibile solo grazie al fatto che i confini siano stati infinite volte superati, che si sia vissuto insieme, studiato insieme, mangiato insieme, noi e loro. Io credo che questo sia il tema che va messo insieme alla militanza necessaria della scuola a fianco dei bambini e delle loro famiglie che a scuola devono sentirsi cittadini senza alcuna distinzione gli uni dagli altri; la scuola, come una mensa per indigenti o un ospedale, dovrebbe essere un luogo franco da sovranismi psichici o formali o almeno dovrebbe esserlo la mente di ciascun insegnante.

Il maestro Alessio e la sua collega Katia a Trento hanno fatto la cosa più naturale per due maestri: davanti ai bambini che si erano sentiti dire che la loro presenza nel parco giochi del quartiere poteva essere motivo di malessere per i residenti italiani perché usando le altalene nel parco essi si comportavano come se fossero a casa loro (….), quei maestri hanno detto l’unica cosa possibile: questa è casa vostra, vostra è quell’altalena, vostra è la possibilità di giocare e stare insieme ai vostri coetanei in uno spazio di svago per i più piccoli della comunità. Vostra come di ogni bambino che attraversa quel parco e poi entra nelle nostre classi.

Perché quella consigliera (bisognerà prima o poi fare uno studio sull’accanimento delle amministratrici e militanti leghiste nei confronti di bambini e genitori non italiani…) ha esordito a poche settimane dalla sua elezione con questo attacco così irragionevole, in una città che non vive alcun problema significativo nei processi di accoglienza e inclusione, e non li vive, per stessa ammissione della consigliera in questione, nel quartiere delle altalene? Forse perché la narrazione della convivenza virtuosa non può e non deve trovare spazio e quel video suscita l’irritazione della neo insediata amministrazione perché dice esattamente l’opposto, e lo dice bene. Allora ci vogliono le ispezioni per quei maestri perché gente così di sicuro non può far bene il suo lavoro, gente che non tace davanti all’idea che i propri alunni debbano accedere ai giochi di un parco con un criterio di appartenenza nazionale, che ne parla con i bambini e con loro ricostruisce in quelle strofe e ritornelli il senso di una grande Costituzione, quella italiana.

E rendono concreto il senso di documenti come questo, che dicono chi siamo, chi possiamo e dobbiamo essere noi maestre e maestri (maestri e maestre, tutti, sì, ricordando Don Milani, che accoglieva a Barbiana ragazzi per lo più adolescenti e mai ha smesso di parlare di sé come un maestro che con i suoi ragazzi scriveva una lettera ad una professoressa; pensiamoci, alle parole):

In quanto comunità educante, la scuola genera una diffusa convivialità relazionale, intessuta di linguaggi affettivi ed emotivi, e è anche in grado di promuovere la condivisione di quei valori che fanno sentire i membri della società come parte di una comunità vera e propria. La scuola affianca al compito “dell’insegnare ad apprendere” quello “dell’insegnare a essere”. (Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione-MIUR).

 

di Sonia Coluccelli 

Responsabile formazione della Fondazione Montessori Italia

per Comune.Info

 

 

 

 

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