Lettera al mondo dall’inferno del campo profughi di Moria nell’isola di Lesbo

“Mettetevi nei nostri panni! Non siamo al sicuro a Moria. Non siamo fuggiti dalle nostre terre per restare nascosti e intrappolati. Non abbiamo attraversato i confini e rischiato la vita per vivere nella paura e nel pericolo.

Mettetevi nei nostri panni! Si può vivere in un posto dove è meglio non muoversi da soli, anche per andare in bagno? Si può vivere in un posto dove ci sono centinaia di minori non accompagnati e nessuno che possa fermare i loro continui tentativi di suicidio? O la loro dipendenza dall’alcool?

Non si esce dopo le 9.00 di sera, perché arrivano i ladri e ci portano via tutto quello che possediamo. Se cerchiamo di opporci, veniamo aggrediti e picchiati.

Andare dalla polizia? Certo, ci siamo andati tante volte, ma ci dicono solo che dovremmo arrangiarci noi a trovare i ladri. Ci dicono: ‘Non possiamo fare niente per voi.’

In un campo con 14.000 rifugiati non si vede nessuno a proteggerci, da nessuna parte, neanche a mezzanotte. Due giorni fa, è scoppiata una grande rissa, ma per tutta la sua durata nessuno è intervenuto in aiuto. Molte tende hanno preso fuoco. Quando siamo andati a protestare, sembrava che a nessuno importasse e perfino la polizia ci ha detto: ‘Questo è un problema vostro.’

In questa situazione, la prima cosa che mi viene da dirvi è: non siamo venuti qui in Europa per denaro, e neanche per diventare cittadini europei. Siamo venuti semplicemente per avere un po’ di respiro e di pace.

Invece, qui ci sono centinaia di minori tossici o alcolisti, ma a nessuno importa.

Cinque esseri umani bruciati, ma a nessuno importa.

Migliaia di bambini non vaccinati, ma a nessuno importa.

Vi scrivo per far conoscere tutto questo, e spero che qualcosa possa cambiare…”

Parwaneh, una ragazza migrante

 

da MeeltingPot

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