Lettera di un’immigrata afgana di 15 anni dall’inferno del campo profughi di Moria ( Lesbo)

Io sono un’immigrata afgana, ho 15 anni.
Ho lasciato il mio paese quando ne avevo poco meno di dieci per trasferirmi, da sola, in Iran. Poiché la legge vigente in Iran lo permetteva, nonostante fossi molta piccola, ho cominciato sin da subito a lavorare.

Un anno e mezzo fa ho deciso di raggiungere l’Europa insieme a mia madre e ai miei fratelli con cui nel frattempo mi ero ricongiunta.
La prima tappa del mio viaggio è stata la Turchia, dove siamo arrivati oltrepassando il confine iraniano. E’ stato un viaggio estenuante che ci ha portato al limite delle nostre forze. Ma la nostra volontà di farcela e la nostra determinazione è stata più forte del freddo che abbiamo patito nel varcare il passo di Rawiyan, ci ha permesso di scalare le montagne ostili sepolte dalla neve che ci copriva le gambe.
Ricordo che ciò che temevo più di frequente era che mio fratello piccolo, di poco più di un anno, potesse piangere. Che il suono della sua voce nella notte potesse attirava l’attenzione della polizia di frontiera, lungo il tortuoso sentiero gelato che abbiamo percorso per sei ore prima di raggiungere i primi villaggi turchi.
Dopo aver sostato nella città di Van [1] ci siamo finalmente diretti verso Istanbul dove siamo rimasti per due settimane. Abbiamo patito il freddo e la cattiveria dei trafficanti che, nonostante le temperature molto basse, si rifiutavano persino di lasciare aperto il riscaldamento. Per non morire congelati e sopravvivere abbiamo dormito in sette coricati nello stesso spazio, scaldandoci con il nostro calore corporeo.

Quando è arrivato il momento di partire per la Grecia, abbiamo raggiunto delle colline lungo la costa che dopo tre giorni abbiamo abbandonato per salire a bordo di una piccola imbarcazione in balia delle onde dell’Egeo e del suo vento.
Era un anno fa, eravamo cinquantacinque persone a bordo, la maggior parte di noi donne e bambine. Ricordo la paura di mia madre, poiché era la prima volta che saliva a bordo di una nave. Ripeteva di continuo il nome di Dio, lo facevo anch’io. L’ho ringraziato a lungo per averci permesso di raggiungere l’isola di Lesbo.
Dopo primo passo mosso sulla terraferma, ognuno di noi cercava il suo vicino per poterlo abbracciare, eravamo felici, credevamo di essere riusciti a lasciarci dietro le spalle i nostri problemi. Tutti noi afgani eravamo convinti di avercela fatta una volta lasciata la Turchia.
Quanto ci sbagliavamo! Eravamo solo all’inizio di un nuovo capitolo della nostra storia che ci avrebbe portato altro dolore. Avevamo questa immagine dell’Europa così gloriosa e così ricca, così sbagliata!

Oggi viviamo, dopo un anno, ancora a Lesbo nel campo di Moria. La sola concessione che ci è stata fatta è stato un ricovero dove poter dormire, ma non una casa dove vivere e sentirci sereni per ricominciare a costruire un futuro. Solo il pianto dei miei occhi continua a riuscire a tranquillizzare il mio cuore.
Siamo cinque famiglie, eppure c’è spazio per dormire appena per nove persone. Quando i miei fratellini fanno anche solo un po’ di rumore i vicini si lamentano, costringendo mia madre a farli smettere picchiandoli. Lei è nervosa, è stanca, il troppo rumore la infastidisce al punto tale da picchiarci.

Qual è il mio desiderio?
La speranza più forte è che ognuno di noi possa un giorno arrivare nel paese che desidera, spero che anche la mamma possa riabbracciare mio fratello residente in Germania che non vede da tre anni.
Anche se le cose qui non vanno, sono contenta lo stesso. Sono cosciente del fatto che sia qui il mio futuro. Voglio restare perché i bambini non sono costretti a lavorare, tutti hanno la possibilità di studiare e nessuno è costretto all’analfabetismo.
Non c’è tirannia o oppressione o differenza fra uomo o donna, qui posso non temere che la mia famiglia scelga di non farmi studiare da grande.

Il mio sogno è studiare, diventare una scrittrice brava come Khaled Hoseini che spero un giorno di potere incontrare da vicino. E’ per questo motivo che ho deciso di raggiungere l’Europa, per avere la possibilità di frequentare una scuola. Vorrei che anche i miei fratelli avessero la possibilità di farlo, per non restare analfabeti come i nostri genitori costretti a lavorare come ambulanti per tutta la vita.

Amo scrivere storie che hanno come protagonista la sirenetta e riprodurle per farle avere ad altre persone.
Farò del mio meglio per imparare la lingua inglese, talmente bene da utilizzarla per scrivere i miei racconti. Sosterrò le altre ragazze afghane, le aiuterò con tutti i mezzi che avrò a disposizione affinché possano studiare, le aiuterò a diventare libere di volare e librarsi in aria come uccelli.

Parisa Fatehi

 

da MELTINGPOT

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: