Lo sfruttamento selvaggio dei mari africani incrementa le migrazioni

Gabriele Volpato, dell’Università di Scienze Gastronomiche, spiega la complessa relazione tra pesca, cambiamenti climatici e migrazioni.

Sono stati presi in considerazione diversi fattori, con particolare attenzione all’effetto combinato dell’aumento delle temperature e del declino degli stock ittici nelle comunità costiere dell’Africa occidentale.

SERVIZI ECOSISTEMICI

I dati relativi alle emissioni di biossido di carbonio possono essere così preoccupanti che cerchiamo di evitare di pensarci. Ed è solo uno dei modi in cui stiamo cambiando il nostro ecosistema, insieme all’inquinamento, alla distruzione degli habitat, all’introduzione di organismi in ambienti non nativi e, naturalmente, alla pesca.

L’ecosistema marino sta affrontando una raffica di minacce, non da ultimo perché gli oceani assorbono circa un terzo delle nostre emissioni di anidride carbonica. Questo fa sì che si riscaldino e, come sottolinea Volpato, i pesci migrano alla ricerca di acque più fresche. L’effetto di questo cambiamento nelle loro rotte migratorie ha un impatto su tutte le loro interazioni ecologiche, sulla biodiversità e sui servizi ecosistemici forniti dalla natura. «Le comunità umane dipendono da questi servizi ecosistemici per la loro sopravvivenza: grazie alla loro produzione di biomassa, alla loro capacità di sequestrare il biossido di carbonio e al fatto che proteggono le coste dall’erosione».

BARRIERE CORALLINE

Un esempio significativo di squilibrio ecologico si trova nelle barriere coralline. Questi ecosistemi ricchi e complessi sono il risultato di una simbiosi tra polpi corallini e zooxantelle, una sorta di alghe. Le alghe sono ciò che conferisce alle barriere coralline i loro colori brillanti, ma non possono sopravvivere in acque che superano i 29°C di temperatura. Quando l’acqua diventa troppo calda per loro, abbandonano i polpi, causando il fenomeno sempre più diffuso dello sbiancamento dei coralli. Gli effetti sulle comunità costiere sono devastanti. Come paradisi per la vita marina, le barriere coralline sono infatti una barriera fisica che protegge le coste dall’erosione.

Gabriele Volpato spiega gli effetti dell’attività umana sull’ecosistema. Ph. Alessandro Vargiu e Paolo Properzi.

«L’assorbimento del biossido di carbonio contribuisce anche al fenomeno dell’acidificazione degli oceani» continua Volpato. «L’acidità della superficie marina sta aumentando a una velocità compresa fra le 10 e le 100 volte in più rispetto a quanto sia mai avvenuto, a seconda della zona presa in esame. Questo fa sì che le creature marine – dal plancton alle diatomee, dai molluschi ai coralli – perdano la loro capacità di produrre la conchiglia e altre parti del corpo».

UN MONDO INESPLORATO SOTTO MINACCIA

Ciò che rende ancora più tragica la perdita della biodiversità marina è quanto poco ne sappiamo: ben il 95% degli ambienti di profondità resta inesplorato e gli scienziati stimano che ci siano centinaia di migliaia di specie ancora da catalogare. «Poiché molti di loro vivono nel profondo a temperature prossime allo zero, rischiamo di causare l’estinzione di specie che non sapevamo nemmeno esistessero. Siamo agli albori di un nuovo evento di estinzione di massa, il primo nella storia a essere causato da una singola specie: gli umani».

 

Il monitoraggio di 70 specie diverse nel Nord Atlantico ha rivelato che oltre l’80% di esse si è spostato più a nord o in acque più profonde negli ultimi 50 anni, con conseguenze per l’intero ecosistema. Ha anche effetti per i pescatori, che pescano più lontano dal porto e più in profondità al fine di soddisfare la domanda sempre crescente. A sua questo stato di cose ha conseguenze sull’aumento dei prezzi.

Nel mar Mediterraneo lo sgombro sta diventando più difficile da trovare, mentre specie invasive come il barracuda giallo prosperano, e cefalopodi e meduse rappresentano una percentuale crescente di biomassa. Come spiega Volpato, «dobbiamo adattare le nostre abitudini di consumo a questa nuova realtà. Il mahi-mahi si trova regolarmente nel nord del Mediterraneo, e sarebbe saggio iniziare a mangiare questo, piuttosto che esercitare la nostra pressione sulle specie autoctone».

LA CRISI DELLE COSTE AFRICANE OCCIDENTALI

Al largo della costa dell’Africa occidentale nel frattempo, la popolazione di sardinella è in movimento. Questo pesce, raramente mangiato direttamente dagli esseri umani, è una componente importante della farina di pesce utilizzata come mangime per il salmone di allevamento e in altri allevamenti ittici intensivi, dove sono richiesti fino a 5 chili di farina di pesce per ottenere un chilo di salmone. La sardinella è migrante stagionale e si muove su e giù tra il Senegal e il Marocco durante l’anno, ma il suo areale si è spostato di 300 chilometri a nord dal 1995. Allo stesso tempo, l’innalzamento del livello del mare sta distruggendo interi villaggi e pescherecci europei e la Cina sta saccheggiando i mari. Ogni peschereccio industriale può prelevare in un solo giorno il pescato che una flotta di 56 piroghe mauritane cattura in un anno. «Questa pesca industriale fa crollare gli stock ittici e minaccia la sicurezza alimentare delle comunità costiere» come afferma Volpato.

Molti pescatori africani scelgono così di emigrare in Europa a causa della loro incapacità di guadagnarsi da vivere o di nutrire le loro famiglie con la pesca. E anche se non vediamo il pesce che le barche europee hanno sottratto alle acque senegalesi, lo stiamo ancora mangiando sotto forma di salmone. Volpato sintetizza: «Quando vediamo un africano che mendica davanti a un supermercato italiano, dovremmo considerare che potrebbe essere stato un pescatore, e che potrebbe essere una vittima dei prodotti all’interno di quel supermercato. La pesca industriale sta effettivamente creando più fame nel mondo».

COSA FARE?

Quindi cosa dobbiamo fare? Volpato ha alcuni suggerimenti concreti. «In primo luogo, dobbiamo ridurre l’intensità della pesca e aumentare in modo massiccio le dimensioni delle riserve marine. Dobbiamo adattare il nostro consumo in accordo con le specie che sono localmente e stagionalmente disponibili. Dobbiamo attuare politiche che promuovano e regolino la pesca sostenibile, la pesca artigianale, al fine di aiutare le comunità costiere. Possiamo farlo acquistando pesce con una filiera corta, promuovendo con i nostri acquisti lo sviluppo sociale e la distribuzione della ricchezza. Se non acquistiamo i prodotti della pesca industriale, allora per i pescatori su piccola scala ci saranno più pesci in mare». L’alternativa non ha senso, né dal punto di vista economico né dal punto di vista ambientale, poiché i milioni di euro di profitto generati dalla pesca industriale arricchiscono solo i pochi potenti che controllano il settore.

 

da SLOW FISH

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