L’umanità perduta dei Rohingya

image_pdfimage_print

«Un tiranno si è appoggiato sulla mia culla e mi ha riservato un destino che assai difficilmente riuscirò a evitare. Sarò sempre un fuggitivo, oppure non esisterò affatto». Con queste parole si apre la toccante autobiografia di Habiburahman, detto Habib, il quarantenne profugo Rohingya che ha deciso di rompere il silenzio sulla drammatica storia del suo popolo. L’ha fatto con “First, they erased our name”, cioè ” Innanzitutto, cancellarono il nostro nome”, un libro scritto con la giornalista francese Sophie Ansel che rappresenta la prima testimonianza dall’interno su una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee. L’intera vita di Habib è il paradigma della repressione subita dalla minoranza musulmana che da tempo è messa all’indice e perseguitata dal regime birmano. Una persecuzione iniziata assai prima dell’estate di due anni fa quando, per sfuggire alle violenze, circa 800 mila Rohingya furono costretti a scappare al di là della frontiera con il Bangladesh. «Una delle prime lezioni che ho imparato da mio padre fin da piccolo è stata quella di non dire mai a nessuno che ero un Rohingya», ci spiega al telefono dall’Australia, dove ha trovato rifugio una decina d’anni fa. «La nostra era una specie di identità segreta di cui si poteva parlare soltanto sottovoce tra le mura domestiche, mai all’esterno, altrimenti rischiavamo di condannare a morte tutta la nostra famiglia». Nel 1982, quando Habib aveva appena tre anni, il generale Ne Win, leader della dittatura militare birmana, dichiarò che i Rohingya non rientravano tra i 135 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dallo stato del Myanmar e introdusse una legge che negava loro ogni diritto. «Da allora la parola Rohingya è stata bandita, cancellata dalla faccia della Terra, e la nostra stessa esistenza è stata dichiarata illegale. In realtà le discriminazioni cominciarono già nel 1948, l’anno in cui la Birmania raggiunse l’indipendenza. Iniziarono a non concedere la cittadinanza, a negare l’accesso all’istruzione secondaria, a limitare la libertà di movimento. Le persecuzioni sistematiche vere e proprie, effettuate con specifiche operazioni militari, cominciarono invece attorno alla fine degli anni ’70». Fin da bambino Habib ha dovuto vivere con documenti falsi per poter studiare, ma proprio a scuola ricorda di essere rimasto vittima dei primi episodi di discriminazione. La pelle più scura e le sopracciglia più folte di gran parte dei suoi compagni bastavano per identificarlo come ‘diverso’ e divennero oggetto di scherno e di derisione. 

Atteggiamenti che sarebbero sfociati nell’emarginazione e nei primi arresti arbitrari. «Ho quindici anni – scrive in un passaggio del libro – e mi chiedo se diventerò mai adulto o se sarò ammazzato prima. Cerco di non pensarci ma sono tanti i Rohingya che vedo scomparire nel nulla». Da ragazzo venne incarcerato per la prima volta con suo padre. «Le condizioni di detenzione erano a dir poco brutali», racconta. Ma nonostante tutto Habib ha cercato di costruirsi una vita nel suo Paese. Sognava di diventare avvocato, per difendere la sua gente nei tribunali. Mentre studiava, a Yangon, iniziò a impegnarsi in un gruppo politico che distribuiva clandestinamente volantini per denunciare i saccheggi compiuti dai militari. Finché un giorno il gruppo non fu vittima di una retata, gli attivisti furono arrestati e incarcerati. Habib racconta di essere stato picchiato e torturato per giorni in carcere. Quando la sua appartenenza al gruppo etnico dei Rohingya venne infine scoperta, non gli rimase altra scelta che la fuga. Nel 2000 scappò prima in Thailandia, poi in Malesia, infine giunse in Australia. «Ero terrorizzato, non conoscevo i Paesi dove stavo andando ma sapevo che ovunque avrei trovato condizioni di vita migliori di quelle che ero stato costretto a subire in Birmania. Ho dovuto lottare per sopravvivere, ma era l’unico modo che avevo per salvarmi. Quando giungemmo sulle coste australiane ero pieno di speranza e pensai che da quel momento in poi non avrei avuto più niente di cui preoccuparmi». Ma si sbagliava. La sua odissea non era affatto finita e i suoi sogni di libertà si infransero contro le rigide politiche di accoglienza dell’Australia. Prima di poter ottenere lo status di rifugiato, Habib dovette trascorrere trentadue mesi nei centri di detenzione australiani, anche nella famigerata Isola di Natale, nell’Oceano Indiano. Dal 2009 vive a Melbourne, dove lavora come traduttore e operatore sociale, e ha fondato l’Australian Burmese Rohingya Organization, un’associazione che aiuta i profughi come lui promuovendo la causa del ritorno della sua gente in Birmania. Ma ancora oggi è un apolide e da tempo sta cercando invano di ottenere dal governo australiano i documenti necessari per andare a Bruxelles, al Parlamento europeo, a parlare della situazione del suo popolo.

Come se non bastasse, è stato anche ripudiato da una parte della sua famiglia che non ha accettato la sua fuga. «Soltanto una delle mie sorelle è riuscita a seguirmi in Australia. Mia madre e mio fratello si trovano al confine tra Cina e Myanmar. Un’altra sorella è in un campo profughi in Bangladesh, un’altra è invece rifugiata in Norvegia. Ancora non riesco a spiegarmi perché le condizioni di apartheid in cui versava il Sudafrica fino agli anni ’90 fossero note all’opinione pubblica internazionale mentre la persecuzione dei Rohingya in Birmania sia rimasta del tutto sconosciuta fino a poco tempo fa». Il governo e le autorità militari del Myanmar hanno sempre respinto ogni accusa di pulizia etnica, affermando che è in corso una battaglia interna contro il gruppo terroristico noto come Arakan Rohingya Salvation Army. Però da due anni il governo stesso nega l’accesso nel Paese al relatore speciale dell’Onu per i diritti umani e alle ong che vorrebbero fornire assistenza umanitaria, mentre la leader birmana Aung San Suu Kyi è stata chiamata a difendersi davanti alla Corte penale internazionale dall’accusa di genocidio contro la minoranza musulmana. «In passato noi Rohingya avevamo confidato molte speranze in Aung San Suu Kyi – ammette Habib – ma da quando ha vinto le elezioni poi ci siamo sentiti traditi da lei. Rappresenta soltanto la minoranza buddista della popolazione, non si cura affatto delle altre minoranze e anzi, difende l’operato dei militari negando quanto è accaduto». Oggi si calcola che circa 400 mila Rohingya continuino a vivere in Myanmar in condizioni molto precarie, all’interno di ghetti fatiscenti al limite della soglia di sopravvivenza. Ma forse, denuncia Habib, ancora più grave è il fatto che decenni di governo militare abbiano cancellato quasi del tutto la memoria delle seconde e delle terze generazioni. Le antiche moschee sono state distrutte e sostituite con templi buddisti, la storia e l’identità di un’intera etnia sono state quasi annientate. «Per questo ho voluto raccontare la mia storia, per risvegliare la memoria del mio popolo, per far sì che le giovani generazione conoscano il dramma che ha colpito il nostro popolo e non perdano la speranza nel futuro ».

Riccardo Michelucci per AVVENIRE

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: