MARCHIONE: UN MANAGER, NON UN BENEFATTORE

Un uomo sta lottando con la morte. Un male terribile lo divora e quest’uomo merita rispetto nelle sue ultime ore come chiunque altro di fronte al mistero della vita.
Quest’uomo, Sergio Marchionne, nella sua vita è stato manager di un grande gruppo finanziario industriale. E ha fatto il suo lavoro bene, benissimo, salvando la sua azienda dal fallimento e rilanciandola da protagonista sul mercato mondiale.
Lo ha fatto riducendo i costi, tagliando spietatamente gli occupati, trasferendo produzioni fuori dall’Italia, innovando e comandando. E’ assolutamente normale che i proprietari dei pacchetti di maggioranza dell’azienda, il suo consiglio di amministrazione, gli azionisti tutti gli siano grati.
Fare il manager in questi tempi di finanziarizzazione delle società è esattamente questo, non fare opere di bene. Il bene è la promozione e valorizzazione dei pacchetti azionari, non altro.
E’ normale che alcuni media, a quei gruppi finanziari legati, lo piangano e lo celebrino.
Non è normale il livore di chi addossa a quest’uomo morente l’aver distrutto speranze di vita e economie familiari. Il suo mestiere era questo e in questo ha eccelso premiando alcuni e sacrificando tanti. Era pagato per questo e le regole di questa società sono queste. Spietate.
Lo stesso discorso vale per finanzieri d’assalto e fondi speculativi. Sono in grado di distruggere intere economie e buttare sul lastrico decine di migliaia di famiglie. Se non facessero questo non sarebbero buoni speculatori e nessuno affiderebbe loro i propri risparmi.
Il punto vero sono le regole del gioco. E’ su di esse che andrebbe puntata l’attenzione.
La politica, non solo in Italia, ha abdicato alle sue funzioni di regolatrice dell’interesse generale. Spesso, anzi, ha sposato in pieno questi meccanismi infernali cui ha delegato la funzione di moralizzazione e razionalizzazione dei mercati. Una follia che ha massacrato il ceto medio fino a farlo quasi scomparire, distrutto infinita occupazione, devastato interi paesi.
Non giudico un uomo che muore. Non giudico chi comunque, a differenza di tanti politici, si è posto la domanda vera dei nostri tempi e non ha potuto e saputo darvi risposta. “ Se si distrugge il ceto medio, se cala l’occupazione, chi comprerà le nostre auto? “.
Non doveva rispondere lui a questa domanda che mostra i limiti di fondo del nostro mondo e delle sue regole attuali. Questo era ed è compito della politica che invece tace o si fa complice. E non sa più governare nell’interesse di tutti.

 

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