Materiali per lo sciopero globale del clima

La scienza parla chiaro, mai più chiaro di così. A meno che la comunità internazionale non imprima un netto cambio di passo e decida una volta per tutte ad accelerare l’uscita dal circolo vizioso del petrolio e dei combustibili fossili, l’obiettivo minimo di contenimento dell’aumento della temperatura a 1.5 gradi centigradi resterà un’illusione. E con esso l’obiettivo di arrivare a zero emissioni nette di carbonio entro il 2050. Con buona pace di chi alla recente conferenza delle parti ONU sui Cambiamenti Climatici (COP) di Katowice – Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait – ha impedito che la comunità internazionale facesse proprie le raccomandazioni del rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) pubblicato poco prima, e determinasse i propri impegni sulla base dei dati scientifici in esso contenuti. Ed a detrimento di milioni di persone, uomini, donne che ne soffriranno le conseguenze in ogni parte del Pianeta. Giacchè il climate change, con i suoi effetti diffusi, ha stravolto le geografie tradizionali del potere e della distribuzione delle risorse. O meglio ne ha sovrapposta una alternativa, fatta di siccità, inondazioni, migrazioni forzate, carenza di acqua e cibo, oltre i confini tradizionali che vedevano il mondo diviso tra un Nord sordo ed un Sud nudo o denudato.

C’è chi si cimenta nel definire i contorni e le caratteristiche di quella che viene considerata da molti l’era dell’Antropocene, ossia della trasformazione della Terra ad opera dell’uomo. Chi si affanna a fissare la data alla quale far risalire l’inizio dell’Antropocene, immaginando che se la mano dell’uomo ha alterato la Terra può anche contribuire a mitigarne gli effetti con la tecnologia, facendo di necessità virtù. E chi invece più giustamente ricostruisce le responsabilità storiche dell’alterazione dei cicli naturali e climatici all’avanzata inesorabile del capitalismo, fondato sul mito della crescita economica illimitata e sulla liberalizzazione estrema del mercato e degli scambi commerciali. “Capitalocene”, per molti, è oggi il termine indicato per definire questa fase storica, termine che aiuta ad identificare le cause politiche e strutturali della crisi climatica, ossia nel modello dominante di sviluppo e in quella che Mark Fischer nel suo visionario “Realismo Capitalista” definisce una vera e propria Weltanschauung che caratterizza ogni aspetto del vivente. Se la leggiamo in questa chiave, la crisi climatica offre importanti spunti di elaborazione e pratica politica. Anzitutto politica, o forse ancor prima culturale, giacché sarà urgente uscire dalla trappola mentale che legge la questione esclusivamente in termini di emissioni di carbonio o gas serra.

Qualora si decidesse di affrontarla solo da questo punto di vista, il rischio è di giustificare soluzioni-tampone, di ripiego che non scalfiscono il paradigma, ma cercano di accomodarlo alle urgenze future o per rispondere alla pressione dell’opinione pubblica. Pompare carbonio sotto terra, dislocare le emissioni sostenendo la protezione di foreste, o la piantumazione massiccia di alberi in terre lontane immaginate deserte, continuare a circoscrivere la transizione energetica al sostegno a combustibili quali il gas naturale o non convenzionali come quelli prodotti con il fracking, sono soluzioni che servono solo a rinviare ad libitum il momento nel quale praticare finalmente un  cambio radicale di paradigma.

Decarbonizzare l’economia va quindi di pari passo con la decarbonizzazione del pensiero, delle dottrine, delle politiche pubbliche e di quelle ambientali, e con la scelta di tenere i combustibili fossili sotto terra, per saper cogliere appieno la molteplicità dei valori e dei significati della cura della Madre Terra, sistema complesso del vivente.

Se poi inseriamo anche una categoria di analisi fondata su spazio e tempo si dipana davanti agli occhi un’altra serie di piste di analisi e di proposta politica. Anzitutto il “climate change” ridisegna nello spazio le geografie del potere e dell’esclusione, opera come un demiurgo che plasma e ridefinisce le relazioni tra i popoli, e tra l’umano e la Natura. Altera ecosistemi e paesaggi, territori e comunità, né più e né meno come il suo motore principale, l’estrattivismo, caratteristica prima di questa fase del capitalismo descritta nell’ultima recentissima fatica di Sandro Mezzadra e Bret Neilson “The politics of operations. Excavating contemporary capitalism”.  

Unica possibilità di contrasto all’estrattivismo appare essere quella di impedire l’estrazione di giacimenti ancora inesplorati e chiudere progressivamente le infrastrutture esistenti da subito. Così esisterebbero secondo uno studio della rivista Nature il 64% di possibilità di contenere l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Rinviare al 2030 i programmi di mitigazione, che prevedono appunto l’uscita dal fossile ridurrebbe notevolmente questa possibilità. Ed allora, la soluzione sarà quella di “Keep them in the ground” tenere i combustibili fossili sottoterra, senza estrarli, per indurre uno “shock” al sistema produttivo capace di imprimere la svolta necessaria. E per tenerli sottoterra, le pratiche sono plurali, dalla riduzione della domanda attraverso l’incentivo alle rinnovabili ed alla decarbonizzazione del sistema produttivo o al Green New Deal, alla riduzione dell’offerta attraverso la resistenza all’espansione della frontiera estrattivista o il disinvestimento nell’esplorazione e estrazione di combustibili fossili. O l’uso “creativo” del diritto per rimettere al centro la primazia dei diritti umani e del diritto dei popoli rispetto a quello del mercato e dell’economia.

Per contrapporsi, insomma, ad una nuova declinazione della “necropolitica”. Una politica che causa morte di ecosistemi e di popoli, della loro speranza presente e futura, a causa dei disastri ambientali connessi alo sfruttamento ed alle infrastrutture dei combustibili fossili ed agli eventi estremi causati dal climate change (alliuvioni, uragani, siccità) . Per una tragica coincidenza o fatalità, ad esempio, il disastro dello sversamento di greggio nel Golfo del Messico con i sui effetti persistenti sull’ecosistema marino e sugli ecosistemi delle comunità umane, può essere letto anche in connessione con quello arrecato da Katrina, con tutte le caratteristiche del caso. C’è però un’altra modalità con la quale la “necropolitica” attraversa l’oggetto del contendere. La maggior parte delle fonti energetiche fossili convenzionali e non oggi si trovano infatti in terre delicatissime dal punto di vista ecologico o abitate da comunità indigene o contadine, che si trovano a dover scontare non solo il costo sociale ed ambientale del climate change, ma anche le ricadute devastanti dell’espansione della frontiera estrattiva. E non solo in termini ambientali.

Non a caso, la stragrande maggioranza dei difensori e difensore della Madre Terra uccisa o minacciata, è rappresentata da chi si oppone alle grandi infrastrutture o all’avanzata del agribusiness o dell’estrazione di petrolio e affini. Un dato che va letto in termini di capacità rinnovata dei movimenti che “dal basso” resistono all’espansione delle infrastrutture e delle attività di estrazione di combustibili fossili, quella che Naomi Klein ha definito Blockadia. Una sorta di entità globale i cui cittadini sono coloro che mettono i loro corpi a difesa del clima e della terra, dal Salento come in Amazzonia, a Standing Rock come nelle foreste canadesi, nella foresta di Hambach in Germania sede di un presidio contro l’espansione della miniera di carbone di Ende Gelaende, di recente teatro di una forte repressione da parte della polizia tedesca. Così il circolo vizioso tra estrattivismo e climate change crea anche nuove geografie di repressione e di diniego progressivo degli spazi di agibilità democratica, evidenziando ancora una volta il nesso indissolubile tra clima e diritti umani.

A Parigi la Conferenza delle Parti ONU aveva riconosciuto questa stretta correlazione, ricordando che i cambiamenti climatici generano effetti devastanti sul godimento dei diritti umani fondamentali, e che ogni politica climatica dovrà essere centrata su un approccio fondato sui diritti umani, sulla lotta alla povertà, i diritti dei popoli indigeni, la partecipazione pubblica, l’eguaglianza di genere, la giustizia climatica ed intergenerazionale. Parole che alla Conferenza di Katowice sono rimaste tali, mentre per un paradosso, proprio coloro che oggi rischiano la vita per proteggere le foreste o resistere all’avanzata della frontiera estrattivista vengono riconosciuti – grazie alla loro conoscenza tradizionale – come attori rilevanti per l’adattamento e la mitigazione ai cambiamenti climatici.

Secondo alcune analisi svolte dal Rights and Resources Institute, ad esempio, le comunità indigene e locali che oggi gestiscono foreste e territori contribuiscono a immagazzinare 300,000 milioni di tonnellate di CO2, che quindi non vengono immesse nell’atmosfera. Una cifra pari a ben 33 volte le emissioni del settore energetico globale dal 2017. Dati che indicano l’urgenza di un’inversione di prospettiva non solo in termini di spazio e tempo, ma anche di “alto” e “basso”, oltre che di abbandono progressivo di una visione antropocentrica del mondo. Spazi e territori che non solo subiscono gli effetti fisici, politici, culturali e sociali dei cambiamenti climatici o delle infrastrutture dell’estrattivismo, ma che sempre più sono luoghi di resistenza e di pratiche alternative. Spazi e territori i quali, proprio come le generazioni future, non hanno mai avuto udienza nei fori ufficiali, nei negoziati internazionali, se non come omaggio al politicamente corretto.

Per questo è essenziale connettere la questione generale dei cambiamenti climatici e dell’estrattivismo alle vertenze e mobilitazioni dei movimenti italiani contro le grandi opere imposte e per la giustizia climatica che si sono dati appuntamento a Roma il 23 marzo prossimo per una grande manifestazione nazionale. Ed ecco perché la mite determinazione di una ragazza svedese, Greta Thunberg, il suo grido di accusa verso la società degli “adulti” incapace di consegnare alla sua generazione una Terra vivibile, oggi assume un significato unico nel suo genere. Giacché lei, ed i suoi coetanei e coetanee che scioperano ogni venerdì e che il 15 marzo prossimo scenderanno nelle piazze di mezzo mondo per i “Fridays for the future”, sono i soggetti incarnati di quella che nei negoziati internazionali è stata accettata sulla carta come giustizia intergenerazionale. Greta e le migliaia di ragazzi e ragazze che gridano alla società degli adulti, che decidono di prendersi carico della Madre Terra, che quegli adulti stanno loro consegnando in stato catatonico, spostano i termini del dibattito dal qui ed ora, inteso come urgenza di fare subito qualcosa, al futuro, alla sopravvivenza della specie e del Pianeta.

Affinché quest’ inedita capacità di mobilitazione non inneschi risposte equivoche da parte di chi ha il potere, visto che legittimamente non è nelle sue corde la critica radicale al potere ed al modello dominante, sarà necessario contestualizzarla nel quadro più ampio di mobilitazioni dal basso che da anni attraversano ogni angolo del pianeta. Giacché spesso –  si veda ad esempio in passato il caso di Live Aid, e della figura di BonoVox come paladino della lotta alla povertà –  è la modalità di mobilitazione ed il messaggio che prefigurano la risposta che alla stessa verrà data. Nel caso di BonoVox e Live Aid il capitalismo compassionevole e filantropico di Bill Gates. Nel nostro caso una sorta di Green Economy compatibile con il modello capitalista. L’assenza di critica radicale a quel modello  è anche uno dei rilievi mossi “da sinistra”, o per lo meno da una parte,  all’altro importante fenomeno di mobilitazione popolare sul tema del climate change, quello di Extinction Rebellion, nato in Inghilterra ed ora in crescita in ogni parte del mondo, Italia inclusa, e che chiamerà alla mobilitazione globale il prossimo 15 aprile.  Anch’esso come i Fridays for the Future parla di un futuro a rischio, dell’urgenza di evitare ora e subito l’estinzione futura, facendo leva su messaggi non rassicuranti ma, anzi, quasi apocalittici. Attraverso le pratiche della disobbedienza civile e dell’azione diretta vengono articolate tre parole d’ordine semplici e chiare: che i governi dicano la verità sullo stato del pianeta, che si impegnino a ridurre le emissioni allo zero netto entro il 2025 e che si convochi un’assemblea dei cittadini per decidere democraticamente il da farsi. 

E’ interessante notare che anche in quello che pareva il monolite del modello capitalista si stanno aprendo crepe importanti. Da chi decide di decarbonizzare i propri cicli produttivi, a chi decide di disinvestire dal fossile. Questo è forse il dato più rilevante che illustra un cambiamento radicale di rotta nel settore finanziario, e soprattutto quello assicurativo.  Si calcola che nel solo 2018 il valore dei fondi di investimento che hanno deciso di uscire dal fossile sia pari a 6 trilioni di dollari, con circa 1000 investitori che si sono impegnati in tal senso. Indubbiamente la parte del leone la gioca il settore delle assicurazioni, seguito però da paesi come l’Irlanda, o la Nuova Zelanda, o da città come New York, Londra. Di recente dal fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo con un valore di un trilione di dollari, alimentato dalle rendite petrolifere de giacimenti del Mar del Nord ha deciso di disinvestire dal fossile, escludendo però multinazionali quali la Shell o la BP, per sostenere la loro transizione verso le rinnovabili. Fatto sta che Shell e BP assieme ad altre imprese petrolifere si sono aggiudicate nuovi permessi di estrazione nel Mar Artico norvegese, mentre la Norvegia aumenta i suoi fondi per la protezione delle foreste tropicali per mitigare le sue emissioni. A suo tempo alcune associazioni ambientaliste provarono a portare in giudizio il governo norvegese per violazione dei diritti delle generazioni future a vivere in un ambiente sano, perdendo a causa. Centinaia di altri casi di “litigation” si sono però susseguiti nel corso degli anni con l’obiettivo dicondannare stati ed imprese per crimini ambientali connessi ai cambiamenti climatici.

Last, but not least,  il dibattito sul Green New Deal che sta prendendo quota negli Stati Uniti grazie all’iniziativa di un’altra donna, Alexandra Ocasio-Lopez che ha voluto così caratterizzare il suo mandato al Congresso, coniugando una forte matrice socialista con un approccio ecologista, che potremmo definire eco-laburista. Un Green New Deal che prevede la transizione giusta verso l’economia decarbonizzata, grosso modo quel che i sindacati globali chiedono da anni ormai ai governi che ritualmente si incontrano alla Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici per fare il punto sullo stato di salute del pianeta e mettere a punto strategie di azione. E che oggi torna con forza nelle agende politiche non solo di oltre oceano ma anche nel percorso verso le prossime elezioni europee. Sul Green New Deal ci sarà molto da approfondire, come già evidenziato dall’interessante dibattito che si è sviluppato negli States e che ha messo d’accordo centinaia di organizzazioni ed associazioni che in questa proposta hanno trovato finalmente il grimaldello che potrebbe scardinare l’ostinata resistenza delle lobby petrolifere ora rappresentate dall’amministrazione Trump di avviarsi verso l’abbandono del fossile.     

Non si parte quindi da zero. I “Fridays for the future” non nascono dal nulla, ma si innestano su uno scenario in continuo movimento, pieno di contraddizioni, ma anche di opportunità. E per saper cogliere quelle opportunità, per insinuarsi in quelle contraddizioni, sarà necessario connettere le mobilitazioni del 15 e del 23 marzo e quelle del 15 aprile ad una visione diversa della questione climatica, improntata sulla giustizia, sul superamento del modello capitalista estrattivista, sul ruolo centrale delle comunità e dei movimenti che resistono e creano alternativa, sulla decarbonizzazione dell’economia e delle menti, e sul superamento dell’antropocentrismo. Ce lo chiede la Madre Terra, e ce lo chiedono con forza le generazioni a venire.

 

Francesco Martone per Comune.Info

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

 

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