Iranians burn US flags outside the former US embassy in Tehran on November 4, 2013, during a demonstration to mark the 34th anniversary of the 1979 US embassy takeover. Thousands of Iranians shouted "Death to America" as they demonstrated 34 years after Islamist students stormed the embassy compound in Tehran, holding 52 American diplomats hostage for 444 days. AFP PHOTO/STR (Photo credit should read -/AFP/Getty Images)

MEDIORIENTE: VOGLIONO AFFAMARE L’IRAN

“Abbiamo raggiunto la maggior parte dell’infrastruttura militare iraniana in Siria. Non vogliamo una guerra, ma siamo pronti per qualsiasi scenario. Non permetteremo che esista un avamposto terrorista iraniano pronto ad attaccarci dalla Siria , così come già accaduto in Libano con Hezbollah. Gli iraniani devono aver chiaro che se a noi vogliono riservare pioggia, noi a loro risponderemo con un diluvio. “, avverte il ministro della Difesa Avigdor all’indomani dell’attacco israeliano a circa 20 basi militari iraniane in Siria. La grande, e temuta, guerra che può infiammare il Medioriente sembra essere oramai iniziata. Se Teheran sa di poter contare sull’appoggio degli hezbollah libanesi, dei palestinesi di Hamas e del governo siriano, Israele non è certo da solo. E tra i suoi alleati può contare su insospettati alleati in quella che sarà una guerra non tanto tra Israele e Iran, ma tra le realtà contrapposte del mondo arabo.
Israele e Arabia Saudita, infatti, non sono mai stati così vicini. E’ loro comune interesse mettere nel più remoto degli angoli l’Iran. E’ il loro nemico di sempre. Aiuta gli hezbollah in Libano, soccorre Assad in Siria, appoggia Hamas in Palestina da un lato minacciando Israele. Dall’altro è il potente concorrente sciita al monopolio sunnita del medioriente . Si batte contro il predominio saudita sia in campo petrolifero, che nei rapporti col mercato europeo. Appoggia le rivolte, come in Yemen, contro lo strapotere di casa Saud.
E’ stata l’ azione congiunta di Israele e Arabia Saudita a spingere gli Stati Uniti di Trump a uscire dall’accordo sul nucleare iraniano. La conferenza stampa di Netanyahu, pochi giorni prima dell’annuncio di Trump, in cui si raccontava che l’Iran avrebbe violato più volte quell’accordo e che starebbe continuando a lavorare ad una propria bomba atomica, è stata solo l’ultima delle pressioni sull’alleato americano.
Ma come stanno veramente i fatti su quell’accordo?
Innanzitutto va detto con chiarezza che se qualcuno non ha voce in capitolo, quella è Israele. Lo stato ebraico non ha mai aderito al trattato internazionale di non proliferazione delle armi atomiche. Ne possiede già tante, continua a produrne e mai ha permesso ispezioni internazionali.
L’unico organismo titolato a verificare il rispetto o meno dell’accordo sul nucleare in Iran è l’Aiea, l’Agenzia Internazionale per l’energia atomica. Bene, l’Aiea ha certificato, non una, ma 11 volte, la piena ottemperanza iraniana dell’accordo.
Ad averlo violato, e più volte, nel suo aspetto più importante, sono stati gli Stati Uniti. L’accordo prevedeva infatti che, oltre a cancellare le sanzioni legate al programma nucleare, gli Stati Uniti non ostacolassero la reintegrazione dell’Iran nell’economia mondiale. Non solo Washington non ha ottemperato a quest’obbligo – intralciando le transazioni finanziarie fra le banche europee e l’Iran -, ma esponenti dell’amministrazione Trump hanno più volte apertamente scoraggiato le imprese occidentali dall’investire nel Paese.
Alla luce di ciò, la scelta di Washington di rinnegare unilateralmente il trattato, riapplicando le sanzioni a chiunque abbia rapporti economici con Teheran, rappresenta una nuova e ancor più grave infrazione alla legalità internazionale da parte americana. Contrariamente a quanto affermato da Trump, la decisione di uscire dal trattato non è motivata dal desiderio di impedire che l’Iran entri in possesso dell’arma nucleare. Al contrario, proprio un definitivo collasso dell’accordo renderebbe possibile una simile evenienza. L’accordo sul nucleare iraniano offre, infatti, strumenti di monitoraggio delle attività nucleari di quel paese che sono senza precedenti e che verrebbero a mancare qualora l’intesa nel suo complesso dovesse fallire. Ritornerebbe possibile che gli iraniani ricomincino a lavorare ad una propria bomba atomica. In più sarebbe il via libera alle ambizioni mai nascoste dei sauditi di avviarsi sulla stessa strada. Più volte casa Saud ha affermato che è insostenibile che il proprio paese debba consumare 4 milioni di barili di petrolio al giorno per sopperire al proprio fabbisogno energetico e che un nucleare civile sopperirebbe allo scopo con grandi economie di scala. Ci troveremmo, insomma, di fronte ad una pericolosissima escalation nucleare.
In ogni caso il vero obiettivo di Trump sembra essere quello di reimporre l’assedio economico che esisteva nei confronti dell’Iran prima della firma dell’accordo nel luglio del 2015, al fine di favorire un cambio di regime a Teheran. Tale obiettivo è condiviso da una nutrita schiera di falchi ed elementi neoconservatori che hanno progressivamente occupato numerosi posti chiave all’interno dell’amministrazione Trump. E soprattutto da Israele e Arabia Saudita. L’Iran è in gravi difficoltà economiche. Il rial, la moneta nazionale, ha perso un terzo del suo valore dagli inizi dell’anno e già più volte ci sono state manifestazioni di protesta contro il governo. La scommessa è , ancora una volta, di scardinare il sistema di potere degli ayatollah per fame. Scommessa persa in partenza se si tiene conto che sempre, di fronte a una minaccia esterna, la popolazione iraniana si è stretta intorno ai suoi dirigenti, specialmente alla loro parte più integralista e estremista.
L’orologio della storia si sposterebbe indietro di qualche decennio ma gli affari sauditi prospererebbero e così il mercato delle armi e il potere israeliano in Medioriente.

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