Messa no stop contro il rimpatrio di una famiglia

Una celebrazione no-stop, 24 ore al giorno, che va avanti ormai da giorni. L’obiettivo non è entrare a far parte dei Guinness dei primati ma impedire il rimpatrio di una famiglia armena, i Tamrazyan, che, dopo aver vissuto in Olanda per 9 anni, si è vista respingere l’asilo politico. La legge del Paese impedisce ai poliziotti di entrare in chiesa durante un rito religioso. E così centinaia di pastori e volontari hanno deciso di trasformare la cappella di Bethel a L’Aia in una sorta di rifugio. Dal 26 ottobre va in scena una lunghissima preghiera di protezione (oltre 1400 ore). Nel corso dei giorni l’evento è diventato molto popolare (ne hanno parlato tra gli altri il New York Times e la Cnn), costringendo gli organizzatori a emettere dei biglietti per controllare l’affluso di chi voleva partecipare.

Il pastore Axel Wicke ha detto che il servizio nato per proteggere la famiglia armena è finito col diventare un “pellegrinaggio” che ha coinvolto migliaia di persone da tutti i Paesi Bassi e non solo. «Abbiamo dovuto fare i conti con tantissime persone che vogliono visitare la chiesa durante il periodo natalizio» racconta spiegando che alcuni dei servizi sono stati trasmessi anche in streaming la vigilia e il giorno di Natale.

Finora il ministro olandese per le migrazioni, Mark Harbers, ha rifiutato di intervenire personalmente per risolvere la situazione e consentire loro di restare nel Paese. I rappresentanti religiosi si sono detti delusi dal ministro e hanno promesso di continuare con il servizio. «Quando celebriamo Dio ci sentiamo rafforzati, non possiamo abbandonare la nostra responsabilità nei confronti della famiglia Tamrazyan» ha spiegato in una nota il reverendo Theo Hettema, presidente della Chiesa protestante dell’Aia. “ Questa è stata una chiara opportunità per trasformare in realtà l’amore per il prossimo “.

La ventunenne Hayarpi – la figlia maggiore della famiglia di cinque persone – ha dichiarato su Twitter che la partecipazione della Chiesa ha incoraggiato lei e i suoi famigliari ad andare avanti: «Non so davvero quale sarà il risultato, ma speriamo di poter rimanere qui in Olanda, perché questa è la nostra casa, questo è il posto a cui apparteniamo. Mio fratello, mia sorella e io siamo cresciuti nei Paesi Bassi». Ora sperano in un miracolo natalizio.

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