Mimmo Lucano: ” Chiedo giustizia. Non pietà”.

Dopo avergli impedito di fare campagna elettorale alle ultime comunali, la mannaia del divieto di dimora a Riace colpisce Mimmo Lucano anche nei rapporti affettivi. Non può accorrere al capezzale del padre Giuseppe, 93 anni, malato di leucemia. Il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma ha preso carta e penna per stigmatizzare la misura che «ha un sapore punitivo, non corrisponde al modo in cui i provvedimenti sono stati pensati e istituiti, come il confinamento. Sono preoccupato di questa distorsione». «Quando alcuni provvedimenti raggiungono dei livelli così forti da toccare uno dei principi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nell’ambito del diritto al mantenimento dei rapporti affettivi, acquistano una fisionomia e un significato diversi rispetto a quello che dovrebbero avere», ha aggiunto. Commentiamo questa dura presa di posizione del Garante con il diretto interessato.

Sindaco, anche Palma ha duramente criticato quella che lui definisce una distorsione nell’applicazione del divieto di dimora. Mentre la solidarietà nei suoi confronti si moltiplica con dichiarazioni di personaggi pubblici e le 30mila firme in calce all’appello lanciato dalla piattaforma Change.org. Come commenta le parole del Garante?

Intanto, una precisazione è d’obbligo. Io non ho mai chiesto, ne mai chiederò, alcuna deroga al divieto di dimora. Non utilizzo strumentalmente il sentimento della pietà. Considero profondamente ingiusta la misura specie alla luce di ciò che sui fatti di reato che mi vengono addebitati ha scritto la Cassazione. Per il resto vado avanti a testa alta. Ho visto mio padre all’ospedale di Catanzaro, dove era ricoverato, e poi in quello di Locri. Quando l’hanno dimesso ci siamo guardati negli occhi, ci siamo abbracciati e abbiamo capito che forse sarebbe potuta essere l’ultima volta che ci vedevamo. E sia chiaro, io non andrò a Riace neanche nella malaugurata ipotesi dei suoi funerali. Io reclamo giustizia non commiserazione.

Il processo a suo carico, intanto, va avanti, ed ora è nella sua fase istruttoria, riprenderà a settembre dopo la pausa. Lei ha parlato in aula in una lunga udienza a luglio, chiarendo dettagliatamente la sua posizione. È fiducioso?

La vicenda giudiziaria è molto complessa e densa di sfaccettature. Riguarda la dimensione dello stare insieme in una comunità piccola, l’antropologia dei luoghi, la dimensione dell’abitare, il rapporto tra sindaco e cittadini. Io nei 15 anni di sindacatura non mi sono mai sentito “primo” cittadino, facevo la fila negli uffici pubblici come gli altri, prendevo le multe dai vigili urbani come tutti, non chiedevo favori, non ero un privilegiato. La mia amministrazione era improntata all’informalità dei rapporti umani, alla cordialità delle relazioni. Per cui tutto ciò che gli inquirenti mi addebitano va letto con queste lenti della mia particolare e personale governance del territorio, legata a un’idea di comunità globale e fondata sul “prima gli umani”. Detto questo, sono fiducioso che i giudici sapranno leggere e interpretare i fatti così come realmente accaduti, fuori dall’odiosa campagna denigratoria che alcuni media hanno imbastito contro di me.

Il suo acerrimo avversario, Salvini, ha di fatto terminato il suo mandato al Viminale. La conforta? E cosa pensa se per sostituirlo tornasse Minniti?

Martedì seguendo la seduta al senato ho pensato e mi sono chiesto se un giorno Salvini risponderà di tutto ciò che ha fatto di fronte a un giudice. Io l’ho fatto e mi sento oggi una persona sconfitta, lui voglio vedere se risponderà per le sue politiche odiose, per le persone innocenti che ha sequestrato sulle navi. Su Minniti spero che non sia lui a prendere il posto perché quando era ministro ha contribuito a distruggere Riace con il blocco dei fondi. E ancora non so spiegarmi il perché.

 

Silvio Messinetti per il Manifesto

 

Segnalazioni, aa cura di Sergio Falcone

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