Missionari Comboniani: in Brasile ha vinto l’agribusiness e lo sfruttamento minerario

Ha vinto la strategia dell’odio, della paura e della rivolta. Sentimenti che difficilmente si possono consolidare in un progetto politico di lungo respiro. A meno che alla base dell’onda populista e conservatrice che ha sommerso il Brasile e altri paesi, non ci sia un piano ben architettato.

Dietro le quinte dell’elezione di Donald Trump e di Jair Bolsonaro ci sono personaggi come Roger Stone e Steve Bannon. Quest’ultimo, mentore della coalizione euroscettica The Movement, ha anche promosso recentemente in Italia corsi per leader cattolici, lasciando trasparire un piano contro papa Francesco e la dottrina sociale della Chiesa.

Proviamo a ricostruire la vittoria di Bolsonaro. Molti dei suoi elettori si dichiarano visceralmente anti-Pt. Malgrado i limiti del Partito dei lavoratori, questo sentimento di rigetto è stato alimentato da un uso spregiudicato di notizie false e calunnie, architettate ad arte negli ultimi tre anni e utilizzate senza freno in campagna elettorale. La forza di voto più consistente è giunta da due gruppi in solida crescita nello scenario ideologico, economico e politico: i grandi proprietari terrieri e le Chiese evangeliche.

Il voto a Bolsonaro è una bandiera che molti imprenditori dell’agribusiness e dello sfruttamento minerario vogliono conficcare nelle tante terre ancora “libere” (secondo loro): la foresta amazzonica (a rischio di diventare savana), le terre indigene e le proprietà collettive degli afrodiscendenti. Le Chiese protestanti neopentecostali hanno investito in una lobby di politici che difenda i loro interessi economico-religiosi. Nel nuovo parlamento, avremo meno, ad esempio, docenti e medici, ma più pastori evangelici e militari. Il loro discorso insiste sull’ordine sociale, la moralizzazione dei costumi e la repressione di chi non si comporta secondo il modello prestabilito di convivenza.

Se la rabbia è stata uno degli elementi determinanti, spicca in particolare il richiamo ormonale lanciato dal presidente eletto all’orgoglio maschilista e bianco. Bolsonaro & Co. hanno inanellato dichiarazioni razziste e sprezzanti, facendo appello a un ideale di purificazione sociale e alla necessità che le minoranze si adeguino al volere della maggioranza.

Si è infine manipolato lo scontento collettivo. Mascherando il suo programma politico antipopolare – penalizza il lavoro, blocca le spese nell’educazione e nella sanità pubblica per i prossimi vent’anni e prevede la riduzione dei diritti pensionistici – Bolsonaro ha fatto leva sui classici elementi che agglutinano rabbia e insoddisfazione: la disoccupazione, l’aumento crescente della violenza, il dramma della immigrazione venezuelana. E ha esibito soluzioni facili, ma inefficaci e pericolose a problemi complessi: armare la popolazione, accrescere il potere militare per mantenere l’ordine sociale, saccheggiare le risorse naturali per rivitalizzare l’economia, eliminare gli avversari dalla scena politica.

Si tratta di un gioco al ribasso che va a intaccare il fragile capitale di coscienza civile che si stava pian piano ricostruendo nel Brasile del dopo dittatura militare. Il piatto amaro di una vittoria populista e arrogante è servito. Ancora non sappiamo fino a che punto avvelenerà la società brasiliana.

 

n.b. In Amazzonia già sono allevati 85 milioni di buoi, il triplo di tutte le persone che vivono nella regione. Nei comuni in cui Bolsonaro ha avuto la maggioranza al ballottaggio, la media del disboscamento è più del doppio di quella dei comuni in cui ha vinto il suo avversario.

 

MISSIONARI COMBONIANI BRASILE

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