MODA E SFRUTTAMENTO: H&M NON MANTIENE I SUOI IMPEGNI

Nel 2013 H&M, il noto marchio di moda a basso costo, si impegnò a offrire un salario dignitoso a 850.000 dei lavoratori che producono i loro abiti nei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Un battage pubblicitario teso a dimostrare l’eticità e la solidarietà sociale del gruppo.
Il 2018 è arrivato e H&M si è presentata ai suoi azionisti con un utile di 2,6 miliardi. Niente, neanche una parola sul salario dignitoso.
L’azienda dichiara di pagare salari superiori a quelli minimi volutamente dimenticando che il salario minimo previsto in certi paesi è a dir poco scandaloso e insufficiente a dar un minimo di dignità di vita a un lavoratore. Se poi si indaga sulla reale composizione dei salari pagati da H&M si scopre che la loro differenza rispetto ai salari minimi previsti per legge è data da ulteriore sfruttamento come straordinari e lavoro domenicale.
In ogni caso, se anche prendiamo le cifre pubblicate da H&M come riferimento, è chiaro che i lavoratori portano a casa solo una frazione di ciò che costituirebbe un salario dignitoso.
In Cambogia ad esempio, i lavoratori sono pagati in media 166 euro al mese secondo H&M e questo è superiore al salario minimo nazionale. Tuttavia un salario dignitoso secondo l’AFWA, la rete sindacale dei lavoratori dellAsia, dovrebbe essere di 396 euro al mese. In Indonesia H&M riporta lo stipendio medio mensile di 148 euro mentre la stima fatta da AFWA per un salario dignitoso è pari a 352 dollari. A Bangalore, centro dell’industria indiana dell’abbigliamento, i lavoratori portano a casa 111 euro al mese mentre la stima di AFWA è pari a 280 euro.
In Bangladesh,poi, la cifra riportata da H&M è di 79 euro al mese mentre un salario dignitoso dovrebbe essere quasi cinque volte più alto (374 euro).
In Bangladesh, è bene sottolinearlo, si realizza buona parte della produzione H&M.
Il colosso svedese dell’abbigliamento nel 2016, poi, ha ammesso che in Turchia bambini siriani erano impiegati nelle fabbriche di un suo fornitore, così come accadeva per il marchio Next.
Le due aziende sono le uniche ad aver ammesso pubblicamente l’uso di minori rifugiati,accettando di rimuovere immediatamente questo orrore, ma secondo la ong Bhrrc lo scandalo riguardava decine di brand.
“Dossier preoccupanti sottolineano paghe da fame, lavoro minorile e abusi sessuali per i rifugiati siriani che lavorano senza permesso. Esiste un rischio reale che questi abusi accadano negli stabilimenti che lavorano per le catene di abbigliamento in Europa. Circa 250-400mila profughi siriani lavorano illegalmente in Turchia, rendendoli vulnerabili allo sfruttamento”, denunciano i curatori del rapporto di Bhrrc.
Come riporta il quotidiano britannico Independent, in Turchia si trova uno dei principali poli di produzione di articoli di abbigliamento per le grandi catene internazionali, insieme a quelli di Cina, Cambogia e Bangladesh. I fornitori turchi producono anche per marchi di diverse fasce come Burberry, Adidas, Marks & Spencer, Topshop e Asos.
Il paese è nello stesso tempo quello dove si trova il maggior numero di rifugiati siriani, più di 2,5 milioni, in fuga dal conflitto iniziato nel 2011.

Fonte: http://www.abitipuliti.org

Se ti piace il nostro modo di fare informazione
ISCRIVITI AL NOSTRO SITO E CONDIVIDI SUI SOCIAL MEDIA I NOSTRI ARTICOLI
( Nella pagina iniziale, in alto a destra, basta inserire la propria mail e fare click su ISCRIVITI. Arriverà una mail che vi chiederà di confermare). Oppure potete scrivere a cittadinidelmondo2016@gmail.com chiedendo di essere iscritti.

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: