NICARAGUA: LA TRISTE E SANGUINOSA FINE DEL SOGNO SANDINISTA

Studenti, contadini e operai del Nicaragua hanno indetto per oggi la “madre di tutte le marce”, dopo che lunedì scorso le strade di Managua sono state nuovamente imbrattate di sangue dalle brigate d’assalto del governo di Daniel Ortega e di sua moglie, la vice presidente Rosario Murillo.
“Non possono ammazzarci tutti”, dice uno dei graffiti su di un muro vicino alla Central American University , oramai centro fondamentale della rivolta popolare cominciata settimane fa e che è stata repressa nel sangue. Lunedì alcuni studenti sono stati uccisi dalla polizia e da gruppi paramilitari al servizio del governo e il conto dei manifestanti uccisi dall’inizio delle proteste oramai è oramai vicino a 100, mentre non si contano i feriti.
“La strategia letale di repressione contro i manifestanti combina l’uso eccessivo della forza, le esecuzioni extragiudiziali, il controllo dei mezzi di comunicazione e l’uso di milizie paramilitari per stroncare ogni focolaio di protesta”, riassumono i rappresentanti di più organizzazioni internazionali dei diritti umani che sono state testimoni degli eventi.
La rivolta popolare è iniziata quando è entrata in vigore la riforma del sistema previdenziale nazionale avviata dal Fronte nazionale sandinista per la liberazione, su consiglio del Fondo Monetario Internazionale per far fronte alla crisi finanziaria dell’ente pensionistico del Paese. La riforma prevede una tassa del 5% sulle pensioni ed un aumento dei contributi per lavoratori e datori di lavoro.
“ Loro rubano e ingrassano e tocca a noi poveri pagarne le conseguenze “, questo il ragionamento di massa che ha spinto la gente in piazza.
il Nicaragua è infatti la nazione con la manodopera meno pagata del Centroamerica, in cui gli imprenditori stranieri – dai coreani agli statunitensi – aprono fabbriche nelle zone franche, libere da dazi doganali, in cui i lavoratori privi di supporto sindacale vengono trattati come schiavi. E, oramai, il sogno rivoluzionario sandinista, quello che liberò il paese da una delle più orribili dittature, quella di Somoza, è solo un’ombra lontana nel passato. Tanti militanti della vecchia guardia sandinista sono alla testa delle manifestazioni contro lo strapotere della famiglia Ortega che ha trasformato il paese in un feudo familiare.

In un intervento trasmesso dalle tv nazionali, Ortega ha detto di essere aperto ai negoziati in modo che “non ci sia più terrore per le famiglie nicaraguensi”, sottolineando però che il dialogo avverrà solo con i rappresentanti del mondo imprenditoriale e non con altri settori della società. Ortega ha inoltre cercato di giustificare il pesante intervento della polizia affermando che i dimostranti, in gran parte studenti universitari, vengono manipolati da una “minoranza” di interessi politici e sono stati infiltrati da gruppi criminali.
“ Ortega oramai è come Somoza. Anche il dittatore infatti giustificava le sue repressioni sanguinarie chiamando criminali quelli che giustamente gli si opponevano ”, replicano i manifestanti che chiedono elezioni anticipate.
Senza nulla togliere alla giusta protesta in corso e alla sua spontaneità, va ricordato che il Nicaragua, piccolo e povero paese, è divenuto un obiettivo delle politiche americane e dell’amministrazione Trump che qui, come in altri paesi del Centro e del Sud America, punta a riprendere il totale controllo di un’area considerata il proprio cortile di casa.
Daniel Ortega, anni fa, ha fatto un accordo con un’importante società cinese, dietro la quale si nasconde il governo di Pechino, per la costruzione di un canale tra Atlantico e Pacifico concorrenziale a quello di Panama. L’opera è stata contestata da più gruppi ambientalisti per il suo possibile e enorme impatto ambientale e sociale. Ortega, invece, la vuole ad ogni costo convinto che il canale porterà ricchezza e lavoro al proprio paese.
Il canale del Nicaragua è visto dai cinesi come un investimento strategico. Il Dragone non ha mai fatto mistero di volersi espandere nella regione. Nel 2015 ha firmato una serie di accordi con i paesi dell’America latina che promettono di raddoppiare il commercio bilaterale a 500 miliardi di dollari entro dieci anni e di aumentare il volume totale degli investimenti da 85 a 250 miliardi. La Cina sta cercando buone relazioni con i paesi sudamericani per diversificare le sue fonti di energia, aprire nuovi mercati alle sue società di infrastrutture e allungare la sua ombra sull’emisfero occidentale.
La strategia cinese è chiara: sostituirsi agli Stati Uniti nel sud e centro America. Un ribaltamento della vecchia dottrina elaborata dal presidente Usa Monroe nel 1823, che considerava tutto il continente americano come zona esclusiva degli Stati Uniti. E agli Stati Uniti questo non piace per niente.

Il sogno di giustizia e libertà dei nicaraguensi rischia di infrangersi sullo scontro in atto  tra i due titani della scena mondiale.

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