NICARAGUA: UN ALTRO BAGNO DI SANGUE

Altri 16 morti in Nicaragua. Si aggiungono agli altri 80 e passa degli ultimi giorni.
Il giorno delle madri si è trasformato in un nuovo bagno di sangue. L’opposizione popolare aveva indetto per il 30 maggio una propria manifestazione. Altrettanto ha fatto il presidente Daniel Ortega, vero obiettivo delle proteste, chiamando all’appello i suoi sostenitori. Le frange più estreme di entrambi i fronti si sono, inevitabilmente, confrontate e date battaglia. E’ oramai evidente a tutti che qualcuno da una parte e dall’altra punta al peggio.
Ortega non si da vinto e usa polizia e milizie armate per difendere il suo potere. La destra del paese, con il sostegno sempre più chiaro di chi, innanzitutto una parte dell’amministrazione americana, in tutto il Sudamerica e l’America Centrale, prova a dare una spallata ai governi del cambio che negli ultimi due decenni avevano strappato a elites corrotte e agli Stati Uniti il controllo delle tante risorse dell’area.

Ci sono probabilmente questi interessi dietro la progressiva militarizzazione di frange della protesta in corso ormai da settimane.
Di mezzo un popolo stanco della propria miseria e deluso da un governo che di sandinista ha oramai ben poco.
Daniel Ortega viene accusato dai sandinisti della prima ora di aver trasformato la rivoluzione contro il dittatore Somoza in un’impressionante e tristissima costruzione di potere personale e familiare.
Sua moglie è vicepresidente e predestinata a prenderne il posto. I suoi figli fanno i ministri e sono a capo di tutto ciò che conta nel paese. Innanzitutto i mezzi di comunicazione.
Pur di farsi amica la Chiesa, ha criminalizzato ogni forma di aborto, compreso quello a seguito di stupro o in caso di pericolo di vita. Pur di mantenersi al potere ha accettato le ricette neo-liberiste del Fondo Monetario Internazionale trasformando ampie zone del paese in aree speciali in cui gli investitori non pagano tasse e pagano una miseria i lavoratori. Ha privatizzato settori strategici e firmato il trattato di libero scambio con gli Stati Uniti. Le sue riforme sociali, finanziate con gli aiuti chavisti, ora che questi aiuti non arrivano più non hanno fiato per andare avanti tanto è che si è decisa una stretta su pensioni e salari. Troppo per un paese in cui il 78% della popolazione deve vivere con appena due dollari al giorno. Questo e la stretta ulteriore sui mezzi di comunicazione di massa, fortemente voluta dalla vicepresidente, sono state le gocce che hanno fatto traboccare il malcontento popolare e fornito alle destre e agli Stati Uniti un’occasione d’oro per una possibile rivincita. E soprattutto di stoppare sul nascere la costruzione del canale tra Atlantico e Pacifico cui Ortega ha dato via libera e affidato a una ditta cinese. Quel canale non si deve fare. Sarebbe concorrenziale con quello di Panama a controllo americano e permetterebbe alla Cina un’ulteriore espansione nel cortile di casa americano.

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