Non c’è libertà senza giustizia !

È sempre un esercizio utile leggere e rileggere la Dichiarazione universale dei diritti umani a settant’anni dalla sua adozione da parte delle Nazioni unite a Parigi, perché il testo propone tuttora la visione più progressista di quello che il nostro mondo potrebbe essere. Nel celebrare l’anniversario, sarebbe logico sottolineare gli innegabili passi avanti compiuti insieme in tutti questi anni per trasformare questa visione in realtà. Ma l’onestà ci obbliga a dire che l’intolleranza cresce e che disuguaglianze estreme si stanno diffondendo, mentre gli Stati si rivelano incapaci di prendere collettivamente le misure necessarie ad affrontare minacce globali. Ci troviamo esattamente nella situazione che i paesi firmatari della Dichiarazione si erano impegnati a evitare. Non accontentiamoci dunque di celebrare, cogliamo l’occasione per fare un bilancio e impegnarci a rendere concreti i diritti umani per il maggior numero possibile di persone.

L’articolo 2 della Dichiarazione universale annuncia che i diritti da essa proclamati appartengono a tutti noi, indipendentemente dal nostro stato economico, dal genere e dal colore della pelle, dal paese in cui viviamo, dalla lingua che parliamo, dalle nostre opinioni e convinzioni.

Questo universalismo che sottende tutti i diritti della persona umana, lungi dall’essere tradotto nei fatti, oggi subisce attacchi violenti. Amnesty International e altre organizzazioni non smettono di denunciare il fatto che nel mondo si sviluppano discorsi che trasudano riprovazione, odio e paura in una maniera inedita dagli anni 1930.

La recente vittoria di Jair Bolsonaro alle elezioni presidenziali brasiliane, malgrado un programma apertamente ostile ai diritti fondamentali, illustra perfettamente le sfide che dobbiamo affrontare.
Se Bolsonaro riuscirà ad applicare le promesse di una campagna elettorale disumanizzante, il potere sarà una minaccia per le popolazioni indigene, le comunità rurali tradizionali – chiamate quilombos –, le persone lesbiche, gay, bisex, transessuali e intersex (Lgbt), la gioventù nera, le donne, i militanti e le organizzazioni della società civile.

È cruciale chiederci perché ci ritroviamo proprio nella situazione che la Dichiarazione voleva impedire; una situazione nella quale i diritti umani sono sotto attacco e rifiutati con la motivazione che  proteggerebbero alcuni e non tutti.

Le molteplici ragioni che hanno portato a questo stato di cose sono complesse, ma una cosa è certa: è in gioco in parte la nostra incapacità di considerare i diritti umani come un insieme indivisibile di diritti intrinsecamente legati e che si applicano a tutti.

La Dichiarazione universale non separava i diritti civili dai diritti culturali, economici, politici e sociali. Non stabiliva distinzioni fra la necessità di rendere effettivo il diritto all’alimentazione e quella di assicurare la libertà di espressione. Riconosceva già allora quello che oggi ribadiamo: i due sono intrinsecamente legati.

Nei decenni successivi all’adozione della Dichiarazione, gli Stati hanno separato i due tipi di diritti, introducendo una sorta di squilibrio nella loro percezione e protezione (1). Ma le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, compresa Amnesty International, devono assumere la propria parte di responsabilità in questa distorsione. La nostra associazione è nota soprattutto per la sua difesa della libertà di coscienza e il suo sostegno ai prigionieri politici, persone private della libertà a causa di ciò che sono o di ciò in cui credono. Siamo anche noti per la lotta contro la tortura, a favore dell’abolizione della pena di morte, per la libertà di espressione. Solo negli anni 2000 abbiamo cominciato a studiare e promuovere attivamente i diritti economici, sociali e culturali. Da allora abbiamo anche condotto campagne globali contro le violazioni del diritto a un’abitazione decente, alla salute e all’istruzione.

Sappiamo che molto resta da fare. La crisi economica mondiale, le cui conseguenze si fanno sentire in profondità, illustra perfettamente la necessità di affrontare queste sfide dal punto di vista dei diritti umani. Ciò che si è prodotto in numerosi paesi ha mostrato la fragilità, anzi l’inesistenza nella pratica, di una protezione sociale di base. Peggio ancora, nei paesi più colpiti, le legislazioni economiche e sociali permangono spesso insufficienti. Questo significa che i cittadini non possono far valere i propri diritti in tribunale, anche quando con tutta evidenza essi sono stati violati. In molti casi, i governi hanno scelto di rispondere alla crisi economica con misure di austerità umanamente molto costose, che ostacolano l’accesso ai beni di prima necessità, alla salute, all’alloggio e all’alimentazione.

La Spagna è un buon esempio: il governo ha ridotto la spesa pubblica, anche nel campo della salute. Le cure di qualità sono ormai fuori portata, essendo diventate più costose, il che va a scapito soprattutto delle persone a basso reddito, e in particolare di chi soffre di malattie croniche, handicap e problemi di salute mentale. Uno degli uomini interrogati nel quadro di un rapporto sull’argomento ci ha confidato di essere ormai costretto a scegliere fra il cibo e i farmaci: «Soffro troppo, ho bisogno di prenderli. O mi curo, oppure mi uccido [perché il dolore è insostenibile] … Dunque, se devo fare a meno del cibo, lo faccio, perché devo comprare i farmaci (2)».

Il modo in cui i governi hanno scelto di reagire ai movimenti anti-austerità è un’altra prova del carattere indissociabile dei diritti politici, economici, sociali e culturali. In Ciad, le misure restrittive adottate dalle autorità hanno fatto sprofondare ancor più le persone nella povertà. Hanno pregiudicato l’accesso alle cure mediche di base e messo l’educazione fuori dalla portata di tanti. Molti ciadiani hanno manifestato, scioperato, ma anziché ascoltare le loro rivendicazioni, il governo ha deciso di soffocare ogni contestazione. Ha scelto la repressione brutale, facendo arrestare gli attivisti e attentando in modo flagrante alla loro libertà di riunione.

La crisi mondiale sembra alle nostre spalle, ma ne osserviamo tuttora le ramificazioni sociali ed economiche. Le disuguaglianze, la corruzione, la disoccupazione e la stagnazione economica che penalizzano i popoli formano un terreno propizio all’emergere di dirigenti che seminano odio e divisioni, con le conseguenze esplosive che conosciamo.

Il presidente francese Emmanuel Macron cerca di farsi paladino della lotta contro questi discorsi, che minacciano di radicarsi. «L’Europa sta andando dappertutto verso posizioni estreme e cede nuovamente al nazionalismo», ha dichiarato in un discorso alla televisione, il 16 ottobre 2018. «In questi tempi difficili, abbiamo bisogno di tutte le energie della nazione (…). Ho fiducia in voi, in noi». Ma la popolazione francese è preoccupata per le politiche che il capo dello Stato porta avanti in materia di diritto al lavoro, di pensioni e accesso all’università. Amnesty International ha anche messo in evidenza le restrizioni imposte in Francia al diritto di manifestazione, per via dello stato di emergenza. Nel 2018, le mobilitazioni a favore di leggi rispettose dei diritti economici, sociali e culturali suscitano da parte del presidente francese indifferenza nella migliore delle ipotesi e violenta repressione poliziesca nella peggiore.

È una situazione che ritroviamo in tutto il mondo, è urgente che i governi siano chiamati a render conto della propria incapacità di far rispettare tutti i diritti, di qualunque tipo siano. A questo scopo, non dobbiamo accontentarci di esigere la libertà di esprimersi e manifestare: dobbiamo anche analizzare le ragioni della contestazione.

Prendiamo l’esempio di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita ormai noto nel mondo intero dopo il suo brutale assassinio nel consolato dell’Arabia saudita a Istanbul. Come molti sostenitori dei diritti umani nel suo paese, era finito nel mirino perché aveva scelto di esercitare la propria libertà di espressione.
Nel suo ultimo articolo, sul Washington Post, egli sottolineava il fatto che i suoi compatrioti non potessero affrontare apertamente le questioni relative alla propria vita quotidiana. «Soffriamo per la povertà, l’incuria politica e una pessima istruzione, scriveva. La creazione di un foro internazionale, indipendente dai governi nazionalisti che seminano odio, permetterebbe ai cittadini ordinari del mondo arabo di trovare soluzioni ai problemi strutturali della società (3).» Khashoggi aveva capito perfettamente perché i diritti umani formano un tutt’uno. La libertà di espressione è essenziale perché ci permette di rivendicare gli altri diritti, ma non basta. Ecco perché gli egiziani scandivano lo slogan «Pane, libertà, giustizia sociale!» durante la «primavera araba» del 2011. Quello che noi non riusciamo sempre a cogliere, i manifestanti di piazza Tahrir lo avevano dolorosamente capito sette anni fa: i diritti umani, sono un unico insieme.
O si possono esercitare tutti, o nessuno.

Si impongono con urgenza alcune misure, se vogliamo davvero che i diritti umani diventino una realtà per tutti. In quanto movimento per la difesa dei diritti umani, dobbiamo non solo continuare a difendere la libertà di espressione e manifestazione, ma anche stabilire un collegamento con le decisioni economiche e finanziarie prese dai leader politici. Dobbiamo lavorare con organizzazioni simili alla nostra per esigere dai governi che rendano conto dell’uso del denaro pubblico, per combattere la corruzione, i movimenti illegali di capitali e le criticità della fiscalità internazionale. Dobbiamo impegnarci a trovare soluzioni ai problemi strutturali delle nostre società.

Si tratta di un progetto di grande ampiezza, che potrà realizzarsi solo se uniamo le nostre forze creando coalizioni con i nostri partner di altri movimenti: attivisti dei diritti umani, avvocati, sindacalisti, rappresentanti dei movimenti sociali, economisti, leader religiosi. Con l’aiuto dei nostri alleati in tutte le regioni del mondo, dobbiamo essere la voce di chi ha bisogno di essere ascoltato. Solo la solidarietà ci permetterà di arrivare a un mondo senza disuguaglianze e senza ingiustizie, un mondo all’altezza degli impegni assunti nella Dichiarazione universale dei diritti umani.

Kumi Naidoo, Segretario generale di Amnesty International

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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