Non solo bombe. Il 70% dell’export italiano di armi va ai protagonisti della guerra in Yemen

La guerra civile in Yemen, scoppiata nel 2015, si articola su più livelli intrecciati tra loro: regionale, religioso ed internazionale.

Il primo è quello “regionale”: le forze alleate dell’ex Presidente Saleh si scontrano con le milizie sostenitrici del governo Hadi. E’ l’inizio della polveriera.

Il secondo è religioso. Il mondo musulmano presenta una frattura sempre più insanabile tra sciiti e sunniti, lo Yemen viene strumentalizzato e mutilato. Viene visto come scacchiera perfetta dove iniziare la partita tra le due fazioni: quando in ripiegamento 4 anni fa Hadi si rifugia in Arabia Saudita, intervengono sul campo di battaglia i sauditi. E’ l’inizio dell’escalation. Intervengono 13 Stati di religione musulmana.

Da una parte la coalizione sunnita o saudita (Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Egitto, Marocco, Senegal, Sudan e Turchia) appoggiano Hadi, dall’altra la fazione sciita di Iran ed Hezbollah che appoggiano i locali Huthi.

Il terzo livello è internazionale, poiché a sostegno della coalizione saudita intervengono gli Stati Uniti, la Francia, l’UK ed il Canada.
Senza contare che c’è anche la mina vagante dei terroristi di Al Quaeda e dell’ISIS.

In mezzo agli interessi politici che spazzano via dalla scacchiera i “pedoni-civili”, la leccornia più ferocemente ambita dai leader delle potenze: il petrolio.
Lo Yemen è la 30° (su 215 nazioni) riserva di petrolio al mondo: 3.000.000.000 riserve dimostrate (barili) [1].
Produzione di petrolio (66° al mondo) è di 21.670 barili al giorno.
Produzione gas naturale per metri cubi (55°): 2.849.999.872.
Riserve dimostrate gas naturale (32°): 478.499.995.648 metri cubi.
Altri fattori economici dello Yemen che fanno gola: elettricità, produzione di 5,01 miliardi di kWh all’anno.

Una “gioielleria” a cielo aperto, adocchiata dalle potenze mondiali, cui molti leader hanno messo gli occhi per metterci poi le mani.
La religione, strumentalizzata per supremazia politica.
Gli affari, per accalappiarsi l’oro nero e le riserve naturali.

In nome di quale Dio questa guerra?
Del dio denaro.

Vittime in nome di quale Dio?

La popolazione yemenita versa in una situazione di grave crisi umanitaria senza precedenti.
Le vittime del conflitto sono più di 16.000, di cui più del 60% sono civili.
Nel 2018, sono 2.361 gli atti di violenza generati dalle armi [2]. Per rendersi conto, questo significa che le azioni di distruzione generati da armi, bombe, granate, raid aerei sono stati 6,46 atti al giorno e 45,22 alla settimana.

Sempre nel medesimo anno, 4.836 sono le vittime civili di cui 952 bambini e 581 donne [3] (quindi il 32% del totale). I raid aerei ed i bombardamenti sono la causa maggiore della strage di innocenti in corso: il 79 %, ossia 3.820 persone, sono state macellate dalle bombe che le coalizioni si ostinano a chiamare vilmente “intelligenti”.
Il maggior numero di vittime è stato proprio segnalato all’interno delle case: 1.443 civili deceduti, il 30% del totale. Sintomo di bombardamenti senza pietà, tesi ad inginocchiare tutta la popolazione, a distruggere un intero territorio. La zona più colpita dalla ferocia è Sa’ada: 379 morti.

Le mine antiuomo hanno causato invece 233 vittime civili [4], di cui 130 erano fanciulli.
I civili più colpiti dalla guerra sono quelli del governatorato di Sa’ada, Hajjah, Al Hudaydah e Ta’izz: zone prevalentemente Huthi, quindi soggetto al martellamento della coalizione saudita.

In questo quadro apocalittico, le previsioni per i bambini sono drammatiche: “circa 85.000 i bambini sotto i cinque anni potrebbero essere morti per fame o malattie gravi dall’inizio dell’escalation del conflitto in Yemen [5]. Le importazioni commerciali di cibo sono crollate, causa il dimezzamento delle infrastrutture, l’84% della popolazione non riceve prodotti alimentari ed incombe la carestia.

Il dislocamento dalle case sta crescendo ed il numero di sfollati aumenta drasticamente: 3,6 milioni (solo nel 2018 sono 121.678 famiglie senza dimora).
6,5 milioni di persone vivono attualmente in 83 quartieri difficilmente raggiungibili [6]: ciò rende difficoltoso per gli operatori umanitari raggiungere le persone bisognose, nonostante “HNO stima che il 63% della popolazione che vive in queste aree, 4,1 milioni di persone, ne ha un bisogno acuto [7] .

Nel 2018 si registra una media di 100 civili morti alla settimana [8], sintomo di una situazione atroce dove la parte lesa è quella degli innocenti, ossia dei civili.
La normativa internazionale è stata palesemente violata, “tutte le fazioni del conflitto in Yemen hanno violato il Diritto Internazionale Umanitario, anche attraverso attacchi aerei e l’uso indiscriminato di ordigni esplosivi che colpiscono in modo sproporzionato i civili e le infrastrutture civili [9].

UNHCR ha dichiarato che le vittime, dal 2015 al 2019, sono più di 16.000: di queste il 35% mentre erano nelle proprie case, il 17% quando erano al mercato oppure in altre sedi civili, il 12% mentre guidavano la macchina, infine il 5% direttamente esposte e coinvolte nella guerra.

A questa situazione drammatica, si aggiunge quella dei migranti: essendo lo Yemen geograficamente snodo e punto di passaggio, sono molte le persone che arrivano dal Corno d’Africa e tentano il passaggio in Europa provando questa via.

Nel 2018, sono 150.000 i migranti che hanno attraversato lo Yemen, incorrendo in un duplice rischio: il primo, quello della guerra in atto. Il secondo, di incappare in arresti arbitrari ed immotivati per riscuotere un riscatto dalla famiglia rimasta nel paese di origine.

Molti vengono arrestati, tenuti prigionieri, maltrattati e poi costretti ad affrontare viaggi in mare o rimpatriati a forza [10] dagli stessi trafficanti che prima li hanno fatti partire, poi catturati ed infine rimandati indietro. Alimentando, di fatto, un business del malaffare senza fine.

I migranti intrappolati nell’inferno subiscono violenze fisiche e sessuali, vengono seviziati e torturati, costretti a denudarsi e ad assistere ad esecuzioni, privati del cibo e di ogni bisogno primario.

Il Golfo di Aden, che è il punto chiave della rotta migratoria del Corno d’Africa, è diventato un mattatoio: c’è chi è respinto e rimandato indietro, esortato a ripetere il viaggio, pagando di fatto due volte il tentativo di traversata. Chi invece viene respinto e non soccorso, emblematico il naufragio di giugno 2018 di un barcone di etiopi [11]. Chi riesce ad entrare, ma finisce nei centri di detenzione.

I migranti finiscono in ostaggio dei trafficanti, costretti a chiamare i propri familiari “chiedendo l’invio di denaro fino a 700 dollari USA a persona in cambio del loro rilascio”. [12]

Il quadro che emerge è infernale: per gli autoctoni, che periscono sotto i colpi delle bombe e dei raid delle coalizioni militari. Per i migranti, lasciati annegare lungo le coste o messi nelle carceri a marcire sotto i colpi delle torture dei contrabbandieri.

Il business delle armi frutta molto denaro, è un business remunerativo al pari di quello delle sostanze stupefacenti: sono mercati che incancreniscono le vene del mondo creando piaghe dolorose sui corpi innocenti di donne, uomini e bambini.
In Yemen, come abbiamo visto, gli atti di violenza generati dalle armi sono assai elevati: una media di 2.358 volte l’anno. Bombe, mine antiuomo, raid aerei.

Qualcuno invischiato in questo business ha un ritorno economico spaventosamente alto.

In nome di quale Dio?
Del dio denaro, anche questa volta.

Le armi italiane alla coalizione saudita

L’Italia non è schierata attivamente nel conflitto in Yemen, ma indirettamente si.
E questo lo si può affermare con certezza analizzando la vendita di armi italiane all’estero.

Le esportazioni di armamenti italiani all’estero ha fruttato allo Stato Italiano 9,513 miliardi euro nel 2017, mentre nel 2016 14,637 mld [13], di cui 7,3 mld al solo Kuwait per 28 aerei Eurofighter Typhoon. In questi ultimi anni c’è stato un costante aumento delle “movimentazioni in uscita”: 7,882 mld nel 2015, 2,649 mld nel 2014, 2,149 mld nel 2013, 4,160 mld nel 2012 e 5,261 mld nel 2011.

L’export di armi verso Paese extra-UE è in aumento costante: 57,5% nel 2017 (+20,1% rispetto al 2015 e +13,2% rispetto al 2014).

In questo quadro s’inserisce la vendita di armamenti italiani alla coalizione saudita che sta devastando lo Yemen, l’asse capeggiato dall’Arabia Saudita composto da 17 nazioni.

Tra i primi 25 destinatari dei materiali di armamento italiani, 8 sono appartenenti con le proprie specificità alla coalizione saudita: l’intero export italiano di armi è rivolto specialmente a questo asse.

- Esportazioni di materiale di armamento in euro nel 2017 (tra parentesi posizione nell’export italiano):
Qatar (1°): 4,221 mld;
UK (2°): 1,513 mld;
USA (5°): 292,2 mln;
Turchia (6°): 266,1 mln;
Francia (7°): 251,2 mln;
Canada (12°): 155,5 mln;
Arabia Saudita (17°): 51,9 mln;
Emirati Arabi Uniti (24°): 29,3 mln.

Questo sta a significare che dei 9,513 mld miliardi di euro di export di armi, 6,780 mld affluiscono a stati appartenenti alla coalizione saudita. Ossia, il 71,27% delle esportazioni.

Le regioni dello Yemen più provate dai bombardamenti sono quelle ad ovest del Paese, quindi quelle parti controllate in gran parte dagli sciiti: il fuoco della coalizione saudita qui è martellante e sta mietendo il numero più alto di vittime ed i maggiori danni alle infrastrutture, colpendo anche i canali per il passaggio degli aiuti umanitari.

Trattasi delle regioni dove sussiste il maggior numero di “number of civilian impact incidents [14] , ossia di quegli incidenti che hanno impatto sui civili (anno 2018):
- Sa’ada (985 civilian impact incidents) controllata in gran parte dagli Huthi (coalizione sciita);
- Hajjah (90) supremazia Huthi eccetto le coste prese dagli Hadi (sunniti);
- Al Hudaydah (702) controllata dagli sciiti (salvo metà costa controllata dai sunniti);
- Ta’izz (174) contesa a metà tra Huthi e Hadi.

Le zone meno raggiungibili per le organizzazioni umanitarie, fondamentali per far arrivare i beni di prima necessità, sono quelle di Sa’ada, Hajjah e Al Jawf: qui la presenza di “gruppi armati, posti di blocco e altri ostacoli comportano restrizioni ai movimenti e alle operazioni umanitarie.” [15]

Al Jawf, a differenza di Hajjah e Al Hudaydah, ha predominanza Hadi.
Entrambi gli schieramenti hanno inflitto gravissimi danni alla popolazione senza rispettare il Diritto Umanitario Internazionale: l’Italia sta vendendo gli armamenti con cui la coalizione saudita macella la popolazione yemenita sotto il controllo Huthi.

Questo va contro tutti i principi della nostra Costituzione, contro il nostro ordinamento, contro i nostri valori fondanti: l’Italia deve cessare di essere complice di questa guerra.

In nome di quale Dio?
Del dio denaro. Di 6,780 miliardi di euro.

Contro tutte le leggi

La vendita di armi alla coalizione capeggiata dall’Arabia Saudita è in contrasto aperto con l’ordinamento nazionale italiano.

Partendo dalla Costituzione (art.11), dove è espressamente dichiarato che l’Italia ripudia la guerra: è evidente che rifornire Paesi che bombardano un’altra nazione senza alcuna motivazione, se non interessi economici, è in aperto contrasto l’articolo.

La vendita è in contrasto con importanti riferimenti normativi: la Legge 185/1990, modificata dal DDL S. 1049 del 7.04.2019, e la Direttiva dell’Autorità nazionale – UAMA n.11688 del 28.3.2017.

Legge 185/1990 (modificata dal DDL S. 1049 del 7.04.2019) prevede:

- Art.1: “L’esportazione, l’importazione devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia. Tali operazioni vengono regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Chiaramente l’esportazione di armamenti verso Stati al cui interno vigono regimi oltre che dittatoriali anche aggressivi verso l’esterno non risulta un’azione legale. In Arabia Saudita, a cui vengono vendute le armi, “da quando il principe ereditario Mohammed bin Salman è salito al potere, molti attivisti sono stati arrestati o condannati a lunghe pene detentive semplicemente per aver esercitato pacificamente il loro diritto alla libertà di espressione, associazione e assemblea“. [16]

A questo si aggiungono le esecuzioni con macabre decapitazioni pubbliche, processi farsa, carcere senza giusta causa con annessi trattamenti inumani e degradanti.

E’ logico che la vendita di armamenti verso questo Paese comporta non solo il non-rispetto della Costituzione, ma anche la violazione del fulcro del diritto comunitario ed internazionale (che l’Italia, avendo ratificato con legge, ha l’obbligo di rispettare): basti pensare alla Convenzione di Ginevra, la CEDU. Inoltre, la coalizione saudita utilizza la guerra “come mezzo di risoluzione alle controversie internazionali”.

- Art. 5: “L’esportazione, il transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione e la delocalizzazione produttiva, sono vietati quando sono in contrasto con la Costituzione, con gli impegni internazionali dell’Italia, con gli accordi concernenti la non proliferazione e con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo e del mantenimento di buone relazioni con altri Paesi, nonché quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali di armamento.

Vendere armi a determinati paesi è in contrasto chiaro e palese con le normative nazionali e comunitarie: Kuwait, Qatar (primo importatore di armi italiane e presente nella coalizione saudita), sono regimi feroci e monarchici, dove la prassi è il giudizio farsa con l’aggravante della pena di morte.

La “definitiva destinazione dei materiali di armamenti”, se non in toto in gran parte, è ascrivibile alla guerra in Yemen: molti degli armamenti italiani venduti vengono utilizzati in questa guerra, andando in contrasto violento con la legge italiana.

- Art. 6: “L’esportazione di materiali di armamento sono altresì vietati: a) verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere.

L’esportazione è vietata verso “verso i Paesi in stato di conflitto armato”: queste nazioni sono impegnate anche in altri conflitti armati, l’Arabia Saudita, il Qatar (parte attiva del conflitto siriano), la Turchia (contro curdi ed in Siria), solo per citarne qualcuno.

- Art.6 b): “verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione”, ossia il ripudio della guerra come forma di offesa degli altri popoli.

La crisi umanitaria senza precedenti in Yemen è un’offesa che parla da sola.

- Art.6 d) “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa”.

Le violazioni dei diritti umani di alcuni paesi che importano armamenti italiani sono denunciate a più riprese dalle organizzazioni internazionali: la Turchia di Erdogan, l’Arabia, gli Emirati, il Qatar e il Kuwait sono stati dichiarati regimi repressivi al cui interno avvengono atti discriminatori,la soppressione dei diritti fondamentali e limitata qualsiasi libertà, in cui la repressione è violentissima. Sono autori, da molti anni, di gravi violazioni dei diritti umani. La vendita di armi è quindi, per l’articolo 6, una violazione.

La Direttiva dell’Autorità nazionale – UAMA n.11688 del 28.3.2017 rinsalda, ancora una volta, questi principi basilari.

Alla voce DIVIETI, lettera a), b), c) e d), viene rimarcato quanto enunciato dalla Legge 185/1990: “contrasto alla Costituzione, paesi in guerra, obblighi internazionali, violazione delle convenzioni internazionali”.

Quanto emerge è chiaro: vengono vendute armi violando la Costituzione e la legge nazionale.

Vengono venduti armamenti alla coalizione saudita, colpevole insieme al fronte sciita, di distruggere e uccidere il popolo yemenita.

Note

[1IndexMundi

[3Ibidem

[4Ibidem

[5YEMEN: 85.000 bambini morti per fame dall’inizio del conflitto, Save The Children, https://www.savethechildren.it/press/yemen-85000-bambini-morti-fame-dall%E2%80%99inizio-del-conflitto

[7Ibidem

[10UNHCR, allarme per le terribili condizioni dei rifugiati e dei migranti appena arrivati nello Yemen
https://www.unhcr.it/news/unhcr-allarme-le-terribili-condizioni-dei-rifugiati-dei-migranti-appena-arrivati-nello-yemen.html

[11Yemen, naufragio di migranti privi di giubbotti di salvataggio, morti 46 migranti partiti da Bosaso 07/06/2018 http://nena-news.it/migranti-dalla-fame-alla-guerra/

[12UNHCR, allarme per le terribili condizioni dei rifugiati e dei migranti appena arrivati nello Yemen
https://www.unhcr.it/news/unhcr-allarme-le-terribili-condizioni-dei-rifugiati-dei-migranti-appena-arrivati-nello-yemen.html

[13Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, 4 aprile 2018, Senato della Repubblica, XVIII legislazione
http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1067230.pdf

[16Amnesty International, 14 gennaio 2019, “Arabia Saudita: 10 cose da sapere sul Regno della crudeltà”

 

Pietro Giovanni Panico per MELTINGPOT.
https://www.meltingpot.org/Yemen-in-nome-di-quale-Dio.html#.XLzmglPOM0N

Immagine di copertina di Takayo Akiyama

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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