Nove braccianti immigrati feriti. Le indagini languono…

«Erano le 4 di mattina e stavo andando al lavoro in bicicletta coi miei quattro amici. Ho solo visto un’auto che veniva verso di me e un sasso che mi arrivava addosso. Mi ha colpito sull’occhio e sono caduto contro un altro ragazzo. Avevo paura di essere investito. Poi sono svenuto e non ricordo più nulla. Era buio e non ho visto quanti erano su quella macchina». È il racconto di Kemo Fatty, 22 anni del Gambia, il ragazzo ferito il 23 luglio alla periferia di Foggia. L’ultima di 4 aggressioni in appena 10 giorni, contro 9 immigrati africani.

Lo incontriamo, assieme ai volontari delle Caritas di Foggia-Bovino, Cerignola-Ascoli Satriano, San Severo, Manfredoni-Vieste, nell’ospedale di San Giovanni Rotondo dove sarà operato nei prossimi giorni. «Ha un ferita scomposta dello zigomo e un calo della vista – spiegano i medici –. Ora dovremo fare altri controlli per vedere se rientrerà». Kemo è a letto e ha l’aria molto provata. «Andavo solo a lavorare, non ho fatto niente di male». Parla un po’ l’italiano ma soprattutto il Wolof, la lingua parlata in Gambia e Senegal. A tradurre è Khady, operatrice di Caritas Foggia-Bovino. E piano piano il ragazzo, quasi sottovoce, racconta. Anche che per ora nessuno è venuto a interrogarlo. Davvero strano. Eppure sul referto dell’ospedale c’è scritto «riferisce di aver avuto un aggressione».

Kemo ci fa vedere lo sconvolgente video girato da uno degli amici subito dopo l’aggressione. Si vede lui a terra col viso coperto di sangue e la pietra che lo ha colpito. È molto grande e pesante, sicuramente più di due chili.

È evidente l’intenzione degli aggressori di fare molto male, non è esagerato parlare di tentato omicidio. Per questo è ancora più strano che non siano state ancora verbalizzate le sue dichiarazioni. Il ragazzo dà a Khady il numero di uno dei ragazzi che erano con lui. L’amico racconta che la polizia è arrivata sul posto, hanno raccolto il loro racconto, fotografato i documenti e visto il grande sasso. E hanno detto che il ragazzo doveva andare a denunciare dopo aver lasciato l’ospedale. Davvero strano, perché come ha parlato a noi lo poteva fare anche a loro. I volontari della Caritas si informano anche sul suo permesso di soggiorno. Dice di essere arrivato in Italia nel 2016 e di aver fatto domanda d’asilo a Cagliari. Ma gli è stata respinta. Non ha fatto ricorso ma ora un avvocato lo sta seguendo per vedere se è ancora possibile. Ma lui ha un solo desiderio. «Vorrei avere il permesso di soggiorno per lavoro, perchè io sono qui per lavorare». E mentre andava a lavorare è stato ferito. Sarà possibile farglielo avere proprio per questo atto violento e razzista? Il decreto sicurezza non lo prevede, ma i volontari ci proveranno. Kemo intanto ci fa vedere un altro video di lui e degli amici sorridenti a un concerto. «È il giorno prima. Vedi come eravamo felici».

 

da Avvenire

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