Orban, l’amico di Salvini, mette la museruola a cultura e informazione

Viktor Orbán, l´autocrate sovranista ungherese liberamente eletto e ammiratore dichiarato di Erdogan, quando si arrabbia per una sconfitta reagisce con fantasia creativa. Ha ricevuto uno schiaffone alle recenti elezioni municipali perdendo Budapest e altre 10 città ora governate da sindaci europeisti democratici e in alcuni casi verdi. E allora Orbán mostra che colpisce ancora. Poche ore fa lo Országház, il parlamento ungherese dominato dalla Fidesz, il partito-Stato del premier, ha approvato la legge da lui voluta che conferisce di fatto al capo del governo in persona il potere assoluto di nominare e licenziare il direttore e la direzione di ogni teatro nel Paese e istituisce un consiglio statale della cultura per orientare la cultura secondo idee nazionali.

Cultura di Stato dominata dall’alto, come o peggio che durante i cupi decenni della dittatura comunista che i sovietici imposero alla civile Ungheria mitteleuropea, da secoli all’avanguardia nella vita culturale dalla letteratura alla musica alla fotografia a ogni altro campo del libero pensiero. La legge voluta dal carismatico premier magiaro – considerato il massimo e piú creativo ideologo e stratega dei sovranisti in tutta Europa – ha istituito un “Consiglio nazionale della cultura” il cui compito è “governare guidare dirigere la vita culturale magiara secondo i suoi criteri strategici”.

Il primo bersaglio sono i teatri, oltre 25 solo nella capitale Budapest. Scelta non casuale: dopo l’epurazione assoluta nei media, i palcoscenici hanno conservato e rafforzato quello che è sempre stato il loro storico ruolo di voce critica di qualità, di rappresentazione in scena di ogni no al potere e di ogni denuncia dei suoi abusi. Ora diverrà molto più difficile. Resta solo da capire come il capo del governo troverà il tempo di scegliere di persona ogni direttore di ogni teatro, ma l’efantiaco apparato onnipresente della Fidesz sarà il suo strumento.

La legge ha causato immediate proteste della società civile in piazza, e con la veloce diffusione online di una petizione firmata da 50mila persone già un’ora dopo che i media internettiani, le ultime voci indipendenti in Ungheria ma seguite solo nelle città, hanno dato notizia della legge-bavaglio contro il teatro. In Parlamento, la protesta piú clamorosa davanti a fotoreporter e telecamere l´hanno inscenata i legislatori delle opposizioni democratiche: si sono alzati in piedi coprendosi il volto con maschere teatrali nere. Nere come il cupo volto del clima di censura. Lunedì decine di migliaia di dimostranti, soprattutto giovani, erano scese in piazza nel centro di Budapest sfilando pacificamente per difendere l´antica, gloriosa libertà dei teatri magiari, vitale fin dai tempi della voglia d´indipendenza contro l´Impero austriaco, fin dal 1848 e da quegli anni di eroi nazionali e patrioti come Sándor Petöfi e Lájos Kossuth.

Pochi giorni fa, il governo-regime di Orbán aveva serrato ancora la museruola-bavaglio sui media restaurando di fatto la censura, per la prima volta in assoluto in Europa, 30 anni dopo la caduta del Muro di Berlino e dell’Impero del Male sovietico. Le nuove leggi sempre volute da Orbán in questo caso hanno ulteriormente centralizzato il controllo governativo sui media pubblici (il 90 per cento del totale) imponendo loro di usare solo le notizie diffuse dall’agenzia di stampa pubblica. E obbligando la stessa agenzia di stampa a non parlare senza autorizzazione al massimo livello né di reportages critici di media del mondo libero sull´Ungheria, né di articoli il cui tema è il ruolo di Orbán, né di notizie dalla Turchia e dalla Russia che non dipingano i presidenti locali Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin come protagonisti.

Silenzio obbligatorio anche sul tema della pedofilia nella Chiesa cattolica. Orbán ormai imita in modo sempre piú radicale, in chiave sovranista e reazionaria, la “tattica del salame” ideata all´inizio della guerra fredda dallo spietato dittatore stalinista Mátyás Rákosi, imposto allora da Mosca. Cioè si colpisce un gruppo critico dopo l’altro, una minoranza dopo l´altra. La situazione evoca quasi la cupa Germania del 1933.

L’Unione europea non ha ancora reagito al bavaglio sui teatri e alle leggi sulla censura, e il Partito popolare europeo (Ppe) aveva sospeso la Fidesz, il partito di Orbán appunto, dai suoi ranghi, ma continua a non voler trovare il coraggio di prendere la decisione finale di espellerla. Come se la politica di Orbán dai media ai teatri avesse qualcosa a che fare coi valori costitutivi che nell’Europa post-1945 furono incarnati anche da Adenauer e de Gasperi, padri storici e simboli del Ppe .
“Questa è la pace nel nostro tempo”, sembrano pensare i Popolari europei risuscitando la frase dei ministri degli Esteri britannico e francese Chamberlain e Daladier alla Conferenza di Monaco nel 1938 in cui Londra e Parigi di fatto autorizzarono Hitler a invadere la Cecoslovacchia. Pace per un anno solo fino al 1939, in cambio dell´abisso del disonore.
Andrea Tarquini per  REPUBBLICA

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