Preferisco le bambine “cattive”

Le bambine aiutano. Sempre.

Mettono a posto le scarpe quando andiamo in palestra, anche quelle dei maschi.

Stanno in fila e per lo più obbediscono.

Se dici: “Tirate su le matite e le gomme”, partono immediatamente a raccogliere tutto.

Le bambine non hanno bisogno di un secondo richiamo.

Non vogliono deludere.

Le bambine pensano a tutti. Ai maschi. Ma non solo.

Si sostituiscono.

I bambini pensano a loro stessi e spesso neanche tanto bene, perdono le cose, non le riconoscono, non si sanno allacciare felpe e scarpe.

D’altronde il commento che si sente più spesso ( e mi ci metto di mezzo anch’io) è questo: “Che ci vuoi fare: sono maschi!”.

Le bambine sanno dove sono le loro cose e trovano quelle dei bambini. A volte anticipano per non avere problemi.

I maschi si lasciano anticipare.

Vi ricorda qualcosa?

Le bambine vogliono essere utili. A ricreazione alcune mi chiedono:

“Possiamo mettere a posto la classe?”.

Mi trattengo, sarebbe comodo che qualcuno mettesse un po’ in ordine l’aula prima di rientrare, ma preferisco una classe incasinata a bambine dedite.

Forse lo fanno per me, per “piacermi”, forse hanno imparato che intanto lo devono fare, forse vogliono essere considerate “brave”. Qualunque sia il motivo di condizionamento sociale ( perché di questo si tratta), io resisto.

La verità è che, a volte, le vorrei cattive.

Inoltre c’è una cosa che mi colpisce più delle altre: se c’è un bambino in in difficoltà o uno di quelli un po’ “incasinati” alcune di loro si ergono a crocerossine.

E, spesso, vengono elogiate dagli adulti per la loro sensibilità, con frasi del tipo: “Posso contare su di te! Come te non lo tranquillizza nessuno. Mettiti vicino a lui, così magari lo calmi”.

D’altronde i cartoni animati richiamano spesso le bambine dentro a quel ruolo.

Poi, nell’adolescenza, le storie d’amore, serie TV o films o letteratura, sono declinate alle stesso modo.

Molte ragazze si consegnano al mito dell’amore romantico, al costo di accettare forme di controllo e reificare se stesse.

Pensano di salvare il balordo di turno e dimenticano se stesse.

Quanti film raccontano di lui bello e dannato, di lei un po’ secchiona o comunque dentro alle righe che lo conquista con il suo amore, la sua dedizione?

Storie dentro alle storie.

Così confondiamo l’amore al posto del bisogno e mistifichiamo l’amore.

“Non posso vivere senza di te” ci dicono. Crocerossine anche da grandi.

Siamo predisposte all’accudimento? La cura è insita nel nostro DNA come lo spirito materno?

Direi di no.

È solo molto comodo. Ci depotenzia.

Se lo spazio che dobbiamo occupare è quello relativo all’amore, ai sentimenti, all’accudimento, ciò che riguarda il resto, compreso il potere è campo libero.

E, allora, ritornando alle nostre bambine, facciano attenzione al fatto che si prendano cura di se stesse e del proprio benessere.

Che non si facciano curatrici e crocerossine di nessuno.

Che giochino, sperimentino, sbaglino, e siano “deresponsabilizzate” (passatemi il termine), che facciano esperienze di gioco e libertà come i loro compagni maschi.

Che abbiano un futuro diverso dal nostro.
Coniugato su frasi nuove.
Una di queste da ripetere fin da piccole: “Non è tuo compito mettere a posto, riordinare, sistemare, accudire né salvare nessuno”.

Che l’amore sia una strada, una delle tante. Non l’unica possibile. Così come quella della maternità.

Sono troppo brave le nostre bambine. Che siano “cattive” ogni tanto. Forse si salveranno.

Forse ci salveranno.

Penny

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