On 26 January 2019 in the Syrian Arab Republic, children and families are huddled together after being forced to flee their homes in nearby towns and villages, with their few belongings in Baghoz village in Hajin district in eastern rural Deir-ez-Zor before they embark on a long and ardous journey to safety at Al-Hol camp, almost 300km to the north. On 26 January 2019 in the Syrian Arab Republic, after being forced to flee their homes in nearby towns and villages, children and families are huddled together with few belongings in Baghoz village in Hajin district in eastern rural Deir-ez-Zor, before they embark on a long and ardous journey to safety at Al-Hol camp, almost 300km to the north. In the past three days alone, over 5,000 people have arrived at the camp from Hajin, bringing the number to around 23,000. Families arrive extremely exhausted after a three-day journey in harsh desert winter conditions with little food and shelter along the way. UNICEF is on the ground at the camp and in screening centres, providing children and families with much-needed healthcare services, including basic treatment, malnutrition screening, and referral to hospitals when needed. UNICEF has also provided 500 heaters, 7,000 winter clothing kits and 10,000 thermal blankets to children and families and is providing ongoing tracking and family reunification support to unaccompanied and separated children at the camp. In late January 2019 in the Syrian Arab Republic, escalating violence since December 2018 has forced thousands of people out of their homes in towns and villages in Hajin district in eastern rural Deir-ez-Zor. Families embarked on a long and arduous journey to safety at Al-Hol camp for internally displaced people, almost 300km to the north. In the past three days alone, over 5,000 people have arrived at the camp from Hajin, bringing the number to around 23,000. Lack of security has made humanitarian access to children en route to the camp’s screening area all but

Profughi siriani: la svolta autoritaria dell’Europa

Viviamo in queste ore il precipitarsi, come in un condensato, del “Fascismo della frontiera” (Derive, 2014); un fenomeno a cui si è arrivati dopo anni di contenimenti forzati, rimpatri, ronde, respingimenti, omissioni di soccorso. Anni in cui abbiamo visto persone perdere la vita in mare, imbarcazioni speronate nel Mediterraneo e nell’Egeo, persone scomparse nel silenzio di tutti, abbandonate dalle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerle.

Sul confine greco-turco si palesa la mostruosità di un continente che tortura l’altro per delega, lo respinge nei lager libici, lo fa sparire oltre i confini; e ha fatto dell’“espulsione dell’altro” la sua cifra identitaria. Adesso, in un passaggio all’atto (annunciato), compie la sua diretta eliminazione fisica.

La polizia e l’esercito greco sparano (finora proiettili di gomma e lacrimogeni) ai migranti che cercano di abbandonare la Turchia ed entrare in Europa, dopo l’apertura della frontiera operata dal sultano Erdogan. Mentre gruppi fascisti, veri e propri squadroni della morte, colpiscono incontrastati per le strade delle isole elleniche e a mare, stranieri, ong e attivisti. Notti di cristallo greche. (Al tema è dedicata la copertina di Left in edicola dal 6 marzondr)

In questa situazione, l’Unione europea che da vent’anni fa la guerra ai migranti getta la maschera e applaude, utilizzando un linguaggio bellico, allo «scudo» greco (“aspida”) – la definizione è di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue – contro profughi di guerra. Donne e bambini scampati a bombardamenti e alla distruzione totale delle loro vite e delle loro abitazioni.

Così Commissione e Parlamento europei consegnano il continente alle destre estreme. Che spesso le atrocità contemporanee siano state compiute da insospettabili burocrati, lo si sapeva da anni. L’esposto da un team di avvocati internazionali (Shatz e Branco) presentato a giugno 2019 di fronte alla Corte penale internazionale accusava l’Unione europea di “crimini contro l’umanità”, per i respingimenti e gli accordi tra Italia e Libia, allegando una ricca documentazione, ma essa è rimasta muta e complice.

L’Egeo è l’altro confine militarizzato, rispetto al quale sono stati siglati patti per bloccare esseri umani ridotti alla terminologia di “flussi” (l’accordo Ue-Turchia del 2016).La Grecia da giorni ha unilateralmente“sospeso” il diritto di asilo e la Convenzione di Ginevra  – «nucleo essenziale della Carta europea» (Luigi Manconi) e della nostra ex “civiltà” giuridica – e spara ad esseri umani in movimento. Come in un incubo, una civiltà esce dalla civiltà, compie una svolta autoritaria. In un micidiale cortocircuito mediatico-cognitivo tra coronavirus e escalation fascista, la vera epidemia della fobia dell’altro, rappresentato come “nemico” invisibile, si estende all’intero corpo psico-sociale e rischia di espellere l’altro da sé (vicino o migrante).

Nell’immagine del barcone respinto a Lesbo, al porto di Thermy (vedi l’intervista di Galieni a Nawal Soufi su Left del 6 marzo 2020ndr), da folle fasciste e aizzate da Alba dorata, si cristallizzano 20 anni di politiche razziste, che hanno educato il corpo sociale a “immunizzarsi” contro un nemico inventato; una xenofobia inculcata ad arte che ora esplode in una “caccia al migrante” generalizzata. Ronde di frontiera, cani, manganelli e atti inumani e degradanti contro persone migranti sono la quotidianità sulla rotta balcanica, dove nei boschi e nei varchi di confine agiscono da anni impunite, guardie, polizie e unità speciali, ungherese, bulgare, croata; e greca. (Le associazioni di diritti umani continuano in questi giorni a vigilare e a contare le numerose vittime di queste aggressioni razziste tra fuochi incrociati sui vari confini balcanici).

Nel video della guardia costiera greca incappucciata (diffuso dalla Tv turca)–ma con numerosi precedenti denunciati questi anni da Alarm-phone/Watch the Med – che tenta di annegare i naufraghi con gli arpioni, viena a galla la latente pulsione eliminazionista, contro una “popolazione-bersaglio”. Una categoria astratta costruita in primis nel linguaggio con l’invenzione politico-mediatica del cosiddetto gruppo “migrante”, reificato, deumanizzato, di fatto già “annullato”. Oggi, di fronte all’opinione pubblica, leader europei possono fare dichiarazioni sul sostegno militare incondizionato alla Grecia, senza nemmeno considerare l’esistenza di queste migliaia di esseri umani alla frontiera. Non esistono. La violenza invisibile, che pochi hanno voluto denunciare, serpeggia da anni nei campi profughi, nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e negli hotspot, dove le persone vengono distrutte psicologicamente, e fisicamente nei vari spazi di frontiera mutati in campi di concentramento.

Crimini di sistema, che nessun vuole vedere, nessuno riconosce, se non in rari casi. Come quello della sentenza di Palermo del Tribunale permanente dei popoli, che di questi crimini aveva evidenziato la struttura e la trasversalità, legati come sono tra di loro da un filo insanguinato che unisce i confini esternalizzati dell’Europa, che proprio in questi giorni opera un gigantesco respingimento di massa.

«Non si può restare inerti davanti alla cancellazione della civiltà giuridica dell’Europa. Le politiche di esternalizzazione delle frontiere attuate dagli Stati Ue finiscono per produrre crimini contro l’umanità» ha dichiarato l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).

Ma i vertici europei – l’Alto commissario agli Affari esteri Borrell, la presidente della commissione Ue Von der Leyen, il presidente dell’Europarlamento Sassoli – benedicono le famigerate operazioni –Rapid Border Intervention Teams (RABIT) – della Agenzia di controllo delle frontiere Ue Frontexe inviano più termovisori, aerei, guardie e eserciti anti migranti (Consiglio di Europa, 4 marzo). Omicida saldatura tra guardie di frontiera -paramilitari-fascisti.

Mentre un popolo migrante senza territorio, stritolato tra nazioni, è invece in cammino. D’altronde, in quale no man’s landgli Stati europei pensavano di poter continuare a stritolare le persone, di stringerle a tenaglia tra Paesi di confine? Dopo i confinamenti forzati e le detenzioni infinite dei migranti nelle isole greche, ora dove si pensava di respingerli? In un limbo al confine greco-turco? Nel fiume Evros? Nel mare? Dove? Quale pensiero si annida in queste decisioni burocratiche, se non la volontà di far sparire i migranti? L’Europa si palesa dunque come un mostro militare, una struttura genocidaria, perché è un «popolo migrante» (come lo ha definito Luigi Ferrajoli) quello colpito dalle sue politiche. Un popolo che ora richiede la nostra reazione e protezione.

Flore Murard-Yovanovitch per LEFT

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