PROPOSTE DI LETTURA: Jorge Amado, Terre del finimondo

I libri sono ponti ostinati: uniscono, creano legami e leggere un libro non è uscire dal mondo, ma entrare nel mondo attraverso un altro ingresso. E magari scoprirne di nuovi.
Jorge Amado è uno degli scrittori sudamericani più famosi nel mondo. Ed è una straordinaria occasione per penetrare nell’intimo della storia del suo paese, il Brasile, e della sua anima più popolare. I suoi romanzi hanno protagonisti sanguigni e veraci, commedie e tragedie della quotidianità, l’omnipresenza del fantastico che con le sue divinità ancestrali permea la cultura intera del Nord est brasiliano.
Una scrittura scorrevole, appassionata, ricca di salti di scena e imprevisti. Una lettura piacevole e affascinante che non si interromperà se non all’ultima pagina dei suoi romanzi.

“La mattina chiara di sole dorava le noci ancora acerbe degli alberi di cacao. Il
colonnello Horàcio camminava lentamente fra gli alberi piantati a regola d’arte.
Osservava i primi frutti di quella piantagione ancora giovane, di cinque anni.
Anche lì, un tempo, c’era stata la selva, misteriosa e paurosa. Egli vi era
penetrato con i suoi uomini e col fuoco, le accette e le roncole aveva abbattuto i
grandi alberi, fugato i giaguari e i fantasmi. Poi erano stati piantati i talli, con
ogni cura, perché più abbondanti fossero i raccolti. Dopo cinque anni gli alberi
erano fioriti; e quella mattina piccole noci pendevano dai tronchi e dai rami: i
primi frutti. Il sole li dorava, e il colonnello Horàcio li contemplava nella sua
passeggiata mattutina.
Aveva all’incirca cinquant’anni; il volto, butterato dal vaiolo, era chiuso e
fosco. Aveva nelle grosse mani callose un pezzo di tabacco in corda e un
temperino col quale lo trinciava, collocandone poi le briciole in un cartoccio di
granoturco, tagliato come una cartina, per prepararsi una sigaretta. Quelle mani
che per molti anni avevano fatto schioccare la frusta, quando il colonnello era
soltanto un mulattiere impiegato in un podere del Rio do Braço, s’erano
assuefatte al maneggio del fucile quando egli era divenuto conquistatore di terre.
Molte leggende circolavano sul suo conto, il colonnello Horàcio non avrebbe
saputo riferire egli stesso tutto ciò che su di lui e sulla sua esistenza si raccontava
a Ilhèus e a Tabocas, a Palestina e a Ferradas, ad Agua Branca e ad Agua Preta.
Le vecchie bigotte che pregavano San Giorgio nella chiesa di Ilhèus solevano
affermare che il colonnello Horàcio, di Ferradas, teneva sotto il letto il diavolo chiuso in una bottiglia……”.

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1 Response

  1. Paolo Gruppuso ha detto:

    La storia non s’inventa per il proprio tornaconto .Le ragioni di un esodo epocale andrebbero approfondite per tentare di interpretarlo seriamente.Quindi grazie per il vostro impegno e i vostri utili consigli che certamente mi aiuteranno a capire e approfondire .

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