Quando finirà il lockdown? Sei ragioni per cui non siamo ancora pronti.

Quando finirà il lockdown? È questa la domanda che gli italiani si pongono con sempre maggiore frequenza, soprattutto nella considerazione che l’attesa frenata sui nuovi contagi e sui decessi giornalieri non c’è ancora stata e non si intravedono che timidi segnali di miglioramento del quadro complessivo. Una domanda legittima, cui nessuno sembra essere in grado di rispondere. Non lo è il governo, che ha da poco prorogato le restrizioni fino al 3 maggio senza dare indicazioni chiare su ciò che accadrà dopo, affidandosi ai pareri del comitato tecnico scientifico e alla strategia cui dovrà (cominciare a) lavorare una task force di esperti. Non lo sono i presidenti di Regione, che anzi alimentano la confusione con misure “speciali” che spesso non tengono conto né del quadro specifico del territorio né delle indicazioni centrali, ma sono dettate da imperizia, eccesso di zelo o bulimia comunicativa. Non lo è la comunità scientifica, alle prese con una situazione generale di elevata complessità, ma soprattutto non autosufficiente per quel che concerne i database su cui lavorare per elaborare previsioni o semplicemente per avere un quadro chiaro della situazione.

Tutti hanno le loro ragioni, più o meno buone. E tutti noi sappiamo che parlare di “ritorno alla normalità” non ha alcun senso, visto che con il coronavirus bisognerà fare i conti ancora a lungo, cambiando le nostre abitudini e ripensando completamente la nostra quotidianità. Certo è che occorrerebbe uno sforzo di chiarezza, soprattutto per i tanti italiani che da settimane sono confinati in casa, hanno perso il lavoro o visto crollare le loro fonti di reddito.

La verità è che non abbiamo la minima idea di quando e cosa potremmo riaprire, perché in un mese e mezzo non abbiamo fatto quasi nulla di tutto ciò che andava fatto. Ci siamo limitati a dire agli italiani di stare a casa e poco altro, accumulando ritardi su ritardi. La conferma l’abbiamo avuta ieri, durante il consueto briefing dell’OMS, che ha rilasciato le nuove raccomandazioni per l’allentamento graduale delle misure di lockdown: basta leggerle per capire che non solo non siamo pronti, ma rischiamo di non esserlo a lungo.

L’OMS, dunque, dice che si potranno allentare le misure restrittive:

1 – Quando la trasmissione del contagio sarà sotto controllo

In Italia ciò non solo non è ancora avvenuto, ma non sappiamo nemmeno quando potrebbe accadere. Da giorni crediamo di “aver raggiunto il picco”, ma non c’è mai stata la tanto attesa frenata nei contagi e nelle morti, come avvenuto in Cina dopo il lockdown. Peraltro, appare impresa piuttosto ardua anche soltanto capire quando il contagio sarà sotto controllo, visto che Protezione Civile e Governo ragionano su dati completamente sballati. Per loro stessa ammissione, infatti, si tratta di dati che hanno poca attinenza con la situazione reale, che possono fluttuare in base al numero dei tamponi o alla tempistica di consegna dei risultati degli stessi, che sono sottostimati per quel che concerne i decessi e sovrastimati per i guariti. Non c’è nemmeno una risposta univoca sul persistere di un numero così ampio di nuovi contagiati: c’è chi dice che ci sia ancora “troppa gente in giro”, chi sottolinea le lacune del lockdown all’italiana e chi dice invece che stia andando tutto bene e siamo sulla strada giusta. Per ora, gli unici dati incontrovertibili sono quelli che sottolineano la minore pressione sulle terapie intensive e sugli ospedali in generale.

2 – Quando il sistema sanitario sarà in grado di individuare, testare, isolare e trattare ogni caso di Covid-19 e di tracciare ogni suo contatto

Come vi abbiamo raccontato, in Italia non ci siamo neanche lontanamente vicini, a causa di ritardi, impreparazione e resistenze. Con la rilevante eccezione del Veneto e, in parte, dell’Emilia Romagna, della Toscana e del Lazio (che pare aver cambiato strategia recentemente), in Italia ci si è mossi male sulla strategia “trace, test and treat” dell’OMS, senza implementare un meccanismo funzionale di tracciamento dei contatti o capire come gestire gli isolamenti. Il casino di questi giorni sui test sierologici (la Campania dice che non servono, la Lombardia si appresta a farne 20mila al giorno, il Lazio farà ancora diversamente) non lascia presagire nulla di buono per il futuro. E siamo in ritardo anche sullo sviluppo di una app per il tracciamento dei contatti dei contagiati.

3 – Quando i rischi di un “oubreak epidemico” saranno ridotti al minimo negli ambienti speciali, ovvero case di cura e di riposo

Finalmente abbiamo smesso di mandare i malati di Covid-19 nelle case di cura (l’apocalisse in Lombardia pare abbia insegnato qualcosa), ma la situazione nelle RSA e finanche nei complessi ospedalieri è tutt’altro che sotto controllo. Qualche esempio recentissimo.

https://milano.fanpage.it/strage-di-anziani-nelle-case-di-riposo-a-milano-oltre-100-morti-in-due-strutture-del-corvetto/

4 – Quando saranno implementate misure di prevenzione sui posti di lavoro, nelle scuole e i tutti i luoghi in cui sia essenziale andare

Per la verità, su questo punto il governo si è mosso in anticipo, prevedendo che potessero riaprire solo quelle aziende e quelle attività in cui sia possibile rispettare le misure del distanziamento sociale. Resta comunque molto difficile, data la situazione pregressa, pensare a tempi brevi per alcuni comparti, come quello della scuola (che quasi certamente riaprirà a settembre). Difficile è anche il rispetto delle misure di sicurezza sui mezzi di trasporto pubblici, soprattutto in relazione alle peculiarità delle metropoli italiane. Non da ultimo, servirebbe incrementare i controlli nelle aziende già aperte o in quelle che si apprestano a riaprire, visto il peso del contagio sui luoghi di lavoro nella diffusione dell’epidemia.

5 – Quando si riuscirà a gestire i casi importati

L’Italia è stato il primo Paese a bloccare i voli dalla Cina, ma ciò non è servito a fermare il coronavirus. È evidente che serva una strategia di più ampio respiro per gestire i “casi importati”, con un tracciamento più efficace e regole più chiare per partenze e arrivi. Anche su questo punto, non è dato sapere molto sul lavoro del governo.

6 – Quando i cittadini saranno pienamente informati, coinvolti e messi in grado di partecipare alla “nuova normalità”.

Sul piano informativo, a parere di chi scrive, le istituzioni italiane stanno facendo un pessimo lavoro: non c’è una comunicazione chiara delle norme in vigore (pensiamo solo al “caos passeggiate”), non c’è uniformità di applicazione, non c’è un confronto vero e serio con la stampa e con l’opinione pubblica (pensiamo solo al modo in cui governatori e assessori si rivolgono ai loro concittadini, senza contraddittorio o domande dei giornalisti; per tacere di un ministro della Sanità sparito dalle conferenze stampa, che si limita a qualche sporadico “colloquio” con uno o due giornalisti), mancano piani a lungo termine e direttive chiare attraverso cui metterli in pratica. Ciò si ripercuote anche sul piano delle “norme” da seguire per ripartire, in particolare circa l’utilizzo dei DPI: le Regioni vanno per conto loro, manca un’indicazione del governo centrale e della Protezione Civile (il cui capo dice che non le usa perché rispetta le regole del distanziamento sociale). A un mese e mezzo dall’inizio del lockdown la strategia è sempre la stessa: restare in casa e vedere cosa succede.

Insomma, gli italiani non sono né pronti né informati sulla nuova normalità. E, del resto, non lo sono neanche i loro rappresentanti.

Adriano Biondi per FANPAGE

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