Quattro Novembre: lutto nazionale

I potenti di allora dal tepore delle loro lussuose abitazioni definirono la Prima Guerra Mondiale  ” la guerra che porrà fine a tutte le guerre”.

Fu invece solo uno spaventoso massacro in cui persero le loro vite in 14 milioni. Il primo che annunciava quelli che sarebbero poi venuti.

Tanta della nostra gioventù di allora fu trucidata e mutilata in una guerra di cui non conosceva le ragioni e trucidò e mutilò altri giovani che avevano il torto di essere nelle trincee opposte e come i nostri rsoldati non capivano perché ci si dovesse ammazzare tra ragazzi.

Il tormento della pioggia, del fango e del freddo, la sporcizia, la convivenza con pidocchi e topi. Questo emerge dagli scritti alle famiglie di quella povera gioventù mandata al macello. E’ la guerra di trincea fatta di progressivo abbrutimento, generato dall’essere costretti a vivere rintanati in stretti e tortuosi cunicoli scavati nella terra, nella roccia o nella neve. La contaminazione più raccapricciante, che non di rado ha determinato profonde turbe di tipo psicologico fra i sopravvissuti, è quella tra vita e morte.

Spesso, infatti, i soldati, dato che talvolta la distanza dalle trincee nemiche arriva a essere di pochi metri, sono costretti a convivere con i cadaveri, magari dei loro stessi compagni, addirittura per mesi:

«Dal fondo di un Trincerone vi scrivo la mia misera vita. Io mi trovo in trincea, alla distanza del nemico a 30 metri. Stiamo qui come i carcerati, di giorno non si può alzare un dito, la notte stiamo attenti, ai nosti buchi, per non essere presi all’assalto. Tutto il giorno e la notte si sente il nemico, che ne dice, venite venite talliani insieme con noi, quando noi parlamo lori ne schersano, e ne diccono, venite se siete capaci nelle nostre trincee. Guardando fuori dai buchi della nostre trincee, si vede i reticolati pieni di morti, da 5 o 6 mesi fa, e non si può andare a prenderli, si sente una teribile pussa, che non si può risistere, questi li abbiamo davanti a noi».

La guerra, piaccia o non piaccia, è solo merda. E non si può celebrarla.

Il 4 novembre dovrebbe essere decretato giorno di lutto nazionale per rispetto di un’intera generazione di giovani che sono stati trucidati senza sapere bene il perché nelle nevi delle Alpi, nelle pietre del Carso, nelle sponde del Piave.

Le canzoni raccolte nel libro E Non Mai Più La Guerra di Cesare Bermani e Antonella De Palma, editore Società di Mutuo Soccorso Ernesto De Martino di Venezia, non sono quelle ufficiali che celebrano con retorica la Grande Guerra, ma quelle cantate nelle trincee e nelle caserme dai soldati italiani che raccontano il dramma umano di coloro che hanno vissuto quella tragica esperienza. La prima guerra mondiale, fu un bagno di sangue senza precedenti, che all’Italia costò seicentomila morti e oltre un milione di feriti. Fu un Grande Massacro, insomma.

Naturalmente è riportatata la canzone Gorizia, tu sei maledetta!, in alcune versioni che non cambiano la sostanza contro la guerra. La versione originale della canzone è stata raccolta da Cesare Bernani a Novara da un testimone che l’aveva ascoltata da un reduce. Chi veniva sorpreso a cantarla veniva accusato di disfattismo e poteva essere fucilato. La battaglia di Gorizia avvenne il 9 e 10 agosto e costò la vita di 1.759 ufficiali e 50.000 soldati italiani e di 862 ufficiali e 40.000 soldati austriaci.
Significative le canzoni sul generale Cadorna.

Il general Cadorna
è il capo dei briganti.
Ordinava ai suoi soldati
dicendo sempre “Avanti!”
Bombe a man
e colpi di pugnal! …
Il generale Cadorna
davvero è un gran portento
con undici avanzate
ha perso il Tagliamento.


E così via.
Il generale Luigi Cadorna altre alla condotta della guerra fino alla disastrosa sconfitta di Caporetto fu responsabile principale di fucilazioni e decimazioni di soldati italiani.

Vi è anche un racconto di Silvio D’Amico di una decimazione a causa di un ammutinamento tratto da La Vigilia di Caporetto Diario di Guerra, Giunti 1996, pp 272-273.

Durante il Grande Massacro 15-18 in Italia furono oltre 4000 i soldati condannati a morte, con oltre 1100 i giustiziati effettivi. Le esecuzioni, anche sommarie senza sentenza di tribunali militari furono autorizzate e incoraggiate dal generale Cadorna, che le considerava utili ed efficaci esempi per le truppe.

 

Francesco Cecchini

 

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