Repubblica Democratica del Congo: la sfida del cobalto pulito

La Repubblica democratica del Congo detiene più della metà delle riserve mondiali di cobalto. La competizione tra colossi per l’estrazione del prezioso minerale, la cui richiesta è in costante crescita, si combatte anche sul campo dei diritti umani e del controllo sulla provenienza.

La Repubblica democratica del Congo è nota per le riserve del metallo più richiesto degli ultimi anni, il cobalto, la cui corsa, spinta di recente dall’aumento della produzione di auto elettriche, vede tra le principali protagoniste due compagnie: la anglo-elvetica Glencore, coinvolta nell’estrazione, e la anglo-olandese Trafigura – colosso della logistica e del commercio di materie prime, già condannata per lo sversamento di materiale tossico nel 2006 in Costa d’Avorio -, divenuta in soli due anni il principale commerciante mondiale del prezioso metallo.

Glencore è attiva nella provincia di Katanga, nei due siti minerari di Katanga e Mutanda, nel sudest del paese, ed è la prima estrattrice e fornitrice di cobalto al mondo, con attività anche in Australia e Canada. Stando ai dati forniti dalla stessa multinazionale, la sua produzione di cobalto nel 2017 ha raggiunto le 27.400 tonnellate, ossia un quarto della produzione mondiale nello stesso anno che The Statistic Portal individua in 110.000 tonnellate.

Inoltre, i dati forniti da Trafigura mostrano che Glencore è anche la maggiore produttrice di cobalto nella RdCongo, poiché il 30% della produzione totale nazionale nel 2017 (pari a 64.000 tonnellate, più della metà di quella mondiale) è controllata dalla compagnia anglo-svizzera. Dopo la multinazionale anglo-elvetica, sono aziende cinesi a fare la parte del leone nell’accaparramento del prezioso minerale (circa il 59%).

Miniere meccanizzate e artigianali

Dopo la pubblicazione, nel 2016, del report-shock di Amnesty International sulle decine di migliaia di minori che lavorano nelle miniere di cobalto estraendolo a mani nude e in condizioni di estrema insicurezza, e dopo l’accusa di violazioni dei diritti umani lanciata contro le compagnie di estrazione, contro i grandi marchi internazionali dell’elettronica che acquistano il minerale, e contro il governo congolese, quasi tutti gli interessati sono corsi ai ripari. Almeno formalmente.

La Glencore ha annunciato d’aver preso una decisione drastica: investire in centri di produzione meccanizzati e ultramoderni, riducendo così l’uso di manodopera locale. La multinazionale dichiara di avversare il lavoro minorile, le attività estrattive illegali e inquinanti, e di ottenere così un cobalto pulito al 100%.

Ma nella sua ultima ricerca, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) stima che 40.000 bambini lavorino ancora nelle miniere della RdCongo, dove il 20% della produzione nazionale viene estratto a mano.

Il progetto Trafigura

Trafigura, con la premessa dell’importanza delle miniere artigianali – per le aziende che vengono rifornite e per la popolazione locale che vi trova una fonte di guadagno – ha deciso di non investire in miniere industriali e di regolamentare e controllare invece, tutti i processi, dall’estrazione artigianale all’esportazione.

Ad aprile ha firmato un accordo triennale di fornitura di cobalto con Chemaf, filiale congolese di Shalina Resources, multinazionale attiva nella produzione di rame e cobalto. La mossa di Trafigura non è stata azzardata perché, come emerge dai dati dell’azienda stessa, la Chemaf è la quinta estrattrice di cobalto nella RdCongo, con circa il 6% della produzione nazionale. Entrambe le società puntano a chiudere il 2018 con una produzione superiore rispetto all’anno precedente, ma la sfida non è solo sulla quantità.

La concessione di Mutoshi è presentata come un progetto pilota. Circondata da barriere elettrificate, impone controlli a chiunque entri. Viene accertata l’età (non minore di 18 anni) dei lavoratori, lo stato di salute e viene messa loro a disposizione l’attrezzatura appropriata. Nella concessione di Chemaf opera anche l’ong locale Pact che controlla che gli standard internazionali di sicurezza vengano osservati e che informa i lavoratori dei rischi.

Al cobalto che viene estratto da questa miniera artigianale, assicura Chemaf, viene apposta una etichetta metallica che lo distingue da quello proveniente dalle miniere meccanizzate. Anche il trasporto su nave e camion viene controllato, per evitare successive manomissioni.

Al di là delle accuse di monopolio e di inosservanza dei diritti umani, i problemi che coinvolgono le compagnie di estrazione si potenziano di anno in anno. Proprio quest’anno il governo ha adottato una nuova legge sulle miniere che prevede un aumento delle royalties da pagare e la revisione degli accordi di licenza, che diventano più flessibili. Se il cobalto sarà identificato come “risorsa strategica”, le royalties aumenteranno del 10%.

Le compagnie europee devono anche fare i conti con i produttori cinesi che sono i più numerosi nel paese centrafricano e che detengono il primato nella raffinazione del metallo. E’ sempre più necessario inoltre, cominciare a riflettere su come smaltire le milioni di tonnellate di batterie agli ioni di litio che si accumuleranno nei prossimi anni (Global Battery Alliance parla di 11 milioni di tonnellate di batterie entro il 2030) ed eventualmente anche trovare un’alternativa al cobalto, laddove si verificasse una carenza di stock e un aumento selvaggio della domanda.

di Anna Loschiavo per NIGRIZIA

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