Restiamo umani !

Quando ero piccola, mia madre mi portava spesso a visitare i cimiteri delle città in cui andavamo in vacanza. Mi ha insegnato a vivere con serenità e interesse quei luoghi, che dicono più sui vivi che sui morti.

La casa in cui vivo da 15 anni e dove ho trascorso tutte le estati della mia vita a Lampedusa, si trova a 100 metri dal cimitero. Lo conosco bene e accompagno spesso visitatori e turisti che vogliono sentire le storie di chi è morto prima di arrivare nell’agognata Europa e qui riposa.

In realtà, non ci sono storie da raccontare. Di queste donne e uomini praticamente nulla si sa. Pochissime tombe hanno un nome. Su ognuna di esse c’è solo una targa in plexiglas che di loro racconta delle circostanze in cui sono morte o del luogo di ritrovamento dei corpi.

Da 4 anni, insieme a delle fantastiche donne, collaboro alla gestione della prima e unica Biblioteca per bambine e bambini di Lampedusa. Nata grazie all’associazione IBBY (International Board of Books for Young people), la biblioteca vive grazie all’impegno volontario – a titolo gratuito, ça va sans dire – di adulti e bambini che hanno fatto di questo luogo, il cuore pulsante della cultura nell’isola: presentazione di libri con gli autori, corsi gratuiti di disegno, di musica, di lettura ai bambini, di inglese e tanto altro animano da qualche anno questa comunità con grande soddisfazione per utenti e organizzatori.

Ogni anno – ma anche due volte l’anno se le risorse ce lo consentono – organizziamo un Camp di volontariato: decine di persone da varie parti d’Italia e del mondo, vengono sull’isola e mettono a disposizione della comunità il loro impegno, le competenze, la passione e il tempo per difendere e diffondere il diritto dei più piccoli alla lettura e al racconto.

Durante la settimana di Camp, in collaborazione con l’Istituto scolastico locale, i volontari svolgono attività in tutte le classi al mattino, e, nel pomeriggio, organizzano iniziative, laboratori, letture, racconti, giochi con la finalità di avvicinare sempre più ragazzi alla lettura, nella convinzione che ciò possa contribuire a renderli cittadini consapevoli e dotati di senso critico.

Proprio in occasione del Camp Ibby svoltosi a Marzo 2018 abbiamo conosciuto Armin Greder e la sua compagna Victoria.

Armin (svizzero di nascita, ha lavorato a lungo in Australia e oggi vive a Lima) è uno scrittore e disegnatore straordinario, e i suoi libri (tra gli altri L’isola, Mediterraneo, Gli stranieri pubblicati in Italia da Orecchio Acerbo Editore) «sono proteste, sono come le porte che sbattevo da piccolo», come dice lui stesso.

Armin è alto. Non solo fisicamente. È come se il suo sguardo gli offrisse una prospettiva diversa dagli altri. Non migliore o peggiore, semplicemente diversa. In modo del tutto naturale.

Victoria, la sua compagna, è sempre al suo fianco. Lui cerca costantemente la mano di Victoria, quasi fosse cieco e lei la sua guida. A guardarli sembra che lui si afferri a lei come a una zavorra. Una lunga cima che, lasciandolo libero di stare lì dov’è, lo assicurasse a terra. A volte sembra che lei tenga per mano un aquilone, e quel filo che li lega è un continuo scambio di prospettive, che completano l’uno e l’altra.

A marzo, quando li abbiamo conosciuti, vollero visitare il cimitero. Ascoltarono le storie delle donne e degli uomini lì sepolti, morti nel tentativo di oltrepassare la frontiera che altre donne e uomini hanno imposto al loro futuro.

Quelle tombe appena imbiancate, con una targa senza nomi, con la data di morte o di ritrovamento del corpo e un’età presunta, non possono restituire a quelle persone neanche un millesimo della dignità che spetterebbe a ogni essere umano.

Armin deve aver fatto quella visita dall’alto, dalla sua angolazione. Abbiamo parlato a lungo tra i viali del cimitero. Gli ho raccontato del tentativo – troppo spesso vano – che da anni portiamo avanti con il Forum Lampedusa Solidale, di ricostruire le identità e le storie di queste persone. Ho spiegato che il nostro è un impegno “politico” più che misericordioso: ciò che ci muove è il desiderio di rifiutare la logica esclusivamente securitaria che informa l’intero sistema di accoglienza di quanti migrano in Europa, logica che presuppone la totale deumanizzazione e spersonalizzazione degli individui e che è tanto più inaccettabile e deprecabile quando applicata ai morti. Il fatto che il sistema istituzionalizzato non abbia mai ritenuto necessario fare quanto è possibile per accertare in tutti i modi l’identità di chi muore e accetti come naturale procedere alla sepoltura di ogni corpo denominandolo «individuo non identificato» è qualcosa alla quale abbiamo deciso di opporci. Nella convinzione che riconoscere dignità a queste persone è l’unico modo per salvaguardare la nostra stessa dignità.

Anche il mio impegno ad accompagnare in questo giro al cimitero chiunque sia interessato, è per me un impegno politico. E poi ho chiesto ad Armin: «Verresti a fare dei disegni su queste tombe?». La sua risposta è stata immediata: «Certo!».

E così Armin ha deciso che in questo luogo voleva tornare.

Ed è tornato a metà ottobre, con decine e decine di fogli sotto il braccio, tenuti insieme con una molletta di plastica gialla per la biancheria, sui quali per mesi aveva creato i disegni che avrebbe realizzato.

In quel cimitero è andato ogni giorno, mattina e pomeriggio, per 9 giorni, con la mano di Victoria stretta nella sua, da un lato, e un barattolo di vernice nera e un pennello, dall’altro.

Su ognuna di quelle tombe si è seduto. Le ha toccate, le ha ripulite, le ha imbiancate; e poi le ha decorate tutte, una a una, con disegni di pesci, di mare, di isole, di gabbiani, di conchiglie e stelle marine. Su ognuna di loro ha passato delle ore.

Guardarlo al lavoro, incrociare il suo sorriso a fine giornata, sentire il suo abbraccio a lavoro compiuto è stata per me la conferma che ciò che abbiamo (ha) fatto è straordinariamente normale. E giusto. Un po’ folle forse, unico probabilmente (anche se Armin sostiene che sia già stato fatto prima, in Egitto, nelle tombe di Luxor), ingenuo per molti.

Ma ho anche pensato ai pomeriggi passati in Biblioteca, quando le bambine e i bambini fanno i loro disegni colorati e strambi e poi te ne fanno dono. Ai loro sguardi così spontaneamente orgogliosi. Alla gioia che provano nel dire: «Questo è per te!». Al senso di gratitudine che ognuna di noi prova nell’essere stata scelta come destinataria di quel foglio stropicciato. All’amore, sì, all’amore racchiuso in quel gesto.

E ho capito che abbiamo fatto davvero una cosa normale. Straordinariamente e umanamente normale.

E poi Armin e Victoria sono andati via, con la promessa di tornare per dedicare ancora del tempo a quelle donne e a quegli uomini sconosciuti.

Ci siamo detti: «A presto!».

Paola La Rosa
*Volontaria della Biblioteca Ibby per bambine e bambini di Lampedusa e aderente al Forum Lampedusa Solidale

per NIGRIZIA

SEGNALAZIONI, rubrica a cura di Sergio Falcone

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