Salvini e i neofascisti attaccano la Chiesa

C’è questa cosa del cardinale elemosiniere del papa che sta letteralmente facendo impazzire la destra.

Guardate la stampa fasciotrash di oggi: ha il doppio della bava alla bocca del solito, e sì che anche di solito possiede ghiandole assai produttive.

Lo accusano di tutto, oggi, don Corrado: per la Verità è «indecente», per il Tempo è «un prepotente che umilia i veri poveracci», per Libero «aiuta la mafia e fa l’elemosiniere coi soldi degli altri», per il Giornale è «un cardinale-elettricista barricadero che alimenta la conflittualità sociale».

Insomma sono furibondi. E li capisco. Perché questa cosa da sola smonta diversi pezzi della loro narrazione politica.

Smonta, prima di tutto, il Vangelo che brandiva Salvini in campagna elettorale, cioè smonta il tentativo di coagulare il nazional-sovranismo attorno alla Chiesa Cattolica, smonta la triade Dio-Patria-Famiglia che piace tanto a Pillon e Fontana, smonta insomma quello che era invece riuscito a Mussolini – peraltro con una svolta a 180 gradi rispetto alla sua giovinezza anticlericale. Oggi i cattolici italiani, o almeno la gran parte di loro, sono “adulti”, come diceva qualcuno. Non ci cascano più. Non siamo la Spagna dei preti franchisti.

Ma la vicenda dello Spin Time di Roma distrugge anche altri pezzi della narrazione salviniana.

Come quello dell’obblgatoria guerra tra poveri, meglio se per etnia.

In quello stabile di Roma (è a due passi da casa mia, lo conosco bene da tempo) vivono insieme, e insieme fanno rete, poveri italiani e poveri stranieri. Non c’è il “prima gli italiani”, c’è il “prima le persone”.

Salvini e la destra hanno fatto la loro fortuna con la contrapposizione tra ultimi e penultimi, tra poveri italiani e poveri stranieri: quell’edificio di Roma incarna il contrario.

È ovvio che con quello stabile la destra estrema sia furibonda: se i poveri nativi e quelli immigrati non si odiano più, tutta la costruzione salviniana crolla come un castello di carta.

E poi c’è altro, ancora.

C’è che quell’edificio di Roma non è un’occupazione di “quattro sfigati dei centri sociali” che attentano alla proprietà privata per bere birra e farsi le canne in un luogo abusivo. È la storia di decine di famiglie che sono andate ad abitare in uno stabile abbandonato da anni e che da anni andava in rovina. E queste famiglie lo hanno riqualificato, hanno fatto reale e concreta attività di reinclusione sociale attraverso scuole, corsi, sportelli legali, laboratori culturali, teatro, attività sportive, giochi per bambini, apertura al quartiere e molto altro.

È una storia che spiega anche ai più zucconi che la sicurezza è figlia dell’inclusione e, al contrario, l’insicurezza è figlia dell’emarginazione,dell’esclusione, della mancanza di possibilità.

Non è che ci vuole un genio a capire che una città piena di senzatetto e senza fissa dimora sia meno sicura di una città in cui tutti hanno una casa e cercano di fare un percorso di reinclusione sociale: ma il pensiero securitarista-cretino diffuso da Salvini and Co. nei talk show e altrove è riuscito a far dimenticare anche questa banalità.

In tutto questo, il richiamo dei salviniani alla “legalità” – contro lo Spin Time e contro don Corrado – fa solo ridere.

Fa ridere, brandito da un partito che da tre anni prende in giro la magistratura infrattando nei paradisi fiscali i soldi pubblici truffati ai contribuenti.

Fa ridere, perché quella di Krajewski è stata disobbedienza civile, cioè un atto “contra legem” pubblicamente rivendicato in nome della giustizia (lo diceva anche Sant’Agostino), mentre le illegalità della Lega sono state e sono accuratamente nascoste.

Fa ridere, sentir parlare di legalità l’amico degli ultras spacciatori e di CasaPound, gruppo che non solo occupa a sua volta un altro stabile a Roma, ma ci ha messo tutti gli amici e i parenti dei capi, oltre che la propria sede e i propri uffici.

E pure le bollette della luce non le paga, ma ha protettori abbastanza in alto perché nessuno venga a sigillargli i contatori.

 

Alessandro Giglioli per L’ESPRESSO

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1 Response

  1. donatella ha detto:

    Se si sventola il Vangelo in pubblico si sappia che in quelle pagine il comandamento è uno solo: “amatevi gli uni gli altri (come io ho amato voi)”… parole difficili, più difficili di quanto non si possa pensare.

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