Sankara, l’ultima intervista

Un documento straordinario. Umberto Manni, per il Manifesto, intervista Thomas Sankara pochi giorni prima del suo assassinio.

 

Capitano Sankara, la rivoluzione ha già quattro anni. I risultati finora conseguiti corrispondono alle sue attese?

In parte si. Non si è mai soddisfatti abbastanza dei risultati che si ottengono quando si è alla guida di un paese economicamente arretrato, dominato e sfruttato per decine d’anni dal saccheggio imperialista.

In quale campo si sono avuti i risultati più significativi?

Sul piano politico e sociale abbiamo favorito la presa di coscienza delle masse popolari che oggi sanno quali torti subivamo come popolo dai regimi reazionari. Esse, infatti, venivano tenute nell’oscurantismo e nell’ignoranza, lontane da ogni potere decisionale. Oggi il popolo, mobilitato attraverso gli organismi popolari dei Comitati di difesa della rivoluzione partecipa alla vita politica, economica, culturale e sociale. E’ questo per noi un risultato importante e significativo.

Qualcuno pensa che il tempo giochi contro la rivoluzione, perché il fallimento degli obiettivi provocherebbe smobilitazione e pericolosi meccanismi di autoconservazione. In questo senso, quali sono secondo lei i ritardi e le difficoltà più importanti da superare per rilanciare il dinamismo del processo in corso?

Chi pensa che il tempo gioca contro la rivoluzione ha torto. Per noi, le basi sono ormai gettate a tutti i livelli della vita del paese e le masse hanno capito che la rivoluzione va nel senso dei loro interessi. Affrontiamo con impegno le difficoltà che incontriamo in alcuni settori precisi insieme alle masse, che prodigano i loro suggerimenti per il continuo rilancio della rivoluzione.

Ci può precisare il significato e l’impatto della parola d’ordine «Consumiamo burkinabè»?

La parola d’ordine «consumiamo burkinabè» vuol dire «produrre e consumare le nostre materie prime» per la salvaguardia della nostra valuta. Ogni volta che acquistiamo dall’estero un prodotto che avremmo potuto produrre noi, favoriamo altre industrie, facendo fruttificare i capitali stranieri a spese dei nostri lavoratori, dei nostri operai, della nostra economia nazionale. Infine, giacché chiediamo al nostro popolo di contare sulle proprie forze, bisogna che gli consentiamo di valorizzare ed apprezzare quello che produce col sudore della propria fronte.

Dare voce alle masse contadine, democratizzazione dello stato, comprese le forze armate, lotta serrata al parassitismo e alla corruzione, internazionalismo, liberazione della donna, sport di massa; è incontestabile che un cambiamento delle mentalità stia avvenendo in Burkina Faso. In che modo e a quali condizioni sarà possibile avanzare in egual misura nel campo dell’autosufficienza alimentare, della sanità, dell’istruzione, delle infrastrutture, etc.., tenuto conto delle enormi difficoltà oggettive e delle condizioni generalmente molto dure degli aiuti internazionali?

Stiamo procedendo in tutti i campi al ritmo delle attuali capacità del nostro popolo. In questo momento siamo vicini all’obiettivo dell’autosufficienza alimentare poiché privilegiamo le colture di largo consumo interne a detrimento delle colture più ricche destinate all’esportazione.

Sul piano sanitario, dell’educazione e delle infrastrutture, l’investimento umano ha permesso concrete realizzazioni. Ogni villaggio, ogni struttura territoriale ha costruito edifici destinati ad ambulatori, piccoli dispensari, scuole, magazzini per lo stoccaggio dei cereali. Lo stato rivoluzionario si è limitato a farsi carico di taluni aspetti del loro funzionamento. Non aspettiamo a braccïa incrociate l’aiuto internazionale. Per noi costituisce solo un complemento.

Sennen Andriamirado (redattore capo di «Jeune Afrique») ha appena scritto un libro molto utile per la migliore conoscenza del Burkina. M’è parso però d’incontrarvi una contraddizione. Da una parte lei è definito come una «speranza» per l’Africa, e non si vede come ci si potrebbe battere diversamente «in un’Africa dove solo i demoni del potere fanno la legge», coloro che hanno come «sport favorito la battaglia per il potere e per i soldi, attraverso la manipolazio-ne dell’opinione pubblica». D’altra parte, lei è trattato come un idealista.

Non sta a me dire se sono realista o idealista E’ il popolo del Burkina Faso che ha tutti i titoli per giudicarmi. Ciascuno definisce queste due nozioni in funzione della sua ideologia, ma io penso, dal mio punto di vista naturalmente, che bisogna avere un minimo d’idealismo e di realismo per intraprendere azioni di trasformazione sociale. Quanto al libro a cui allude, mi dispiace che il suo autore si sia soffermato cosi a lungo sulla mia persona. Avrebbe dovuto parlare della rivoluzione burkinabè e aspettare ancora qualche anno per fare l’analisi delle sue forze e delle sue debolezze.

Cosa pensa del comportamento dell’opinione pubblica e dell’ «intellighenzia» africane nei confronti del potere e dei bisogni delle masse più povere?

L’opinione pubblica e l’intellighenzia africane non costituiscono un blocco omogeneo. Vi si ritrovano purtroppo sia i nemici che gli amici dei popoli africani. Coloro che hanno scelto di stare dalla parte delle masse popolari sostengono e difendono concretamente questi principi ; altri, alleati dell’imperialismo internazionale e dei suoi valletti locali, pensano solo ai propri egoistici interessi.

Sono note le ostilità che incontrate in campo internazionale e il fastidio che si prova in talunï paesi vicini preoccupati del «caso Sankara». Vuole precisarci, invece, quali sono i vostri nemici interni? Lei pensa che possano trovare delle basi sociali per destabilizzare il regime?

I nostri nemici interni sono la borghesia compradora, la borghesia politico-burocratica generata dai regimi che avevano abdicato agli interessi nazionali, grazie ai quali s’è arricchita illecitamente e sregolatamente, e le forze retrograde che traggono la loro potenza dalle strutture tradizionali di tipo feudale. Tutte queste forze sono state smascherate ed esse hanno ormai una ristretta base nella nostra società.

Si è dovuti giungere a staccare la corrente elettrica al palazzo del Moro-Naba, Imperatore dei Mossi nel 1983, per convincerlo a pagare le sue fatture come ogni altro cittadino burkinabè. Quali sono oggi i rapporti tra il potere politico e le autorità tradizionali? Più in generale, quali contraddizioni e quali elementi di continuità ravvisa lei tra la società tradizionale africana ed il potere popolare?

Non esistono particolari relazioni tra il potere politico e le autorità tradizionali e, quando esistono, esse sono antagoniste. Molti capi tradizionali hanno aderito alla Rivoluzione, avendo capito la marcia irreversibile della storia. Per questa ragione, non ci sono elementi di continuità tra tali strutture decadenti e il potere popolare.

Lo scorso 8 maggio lei ha partecipato a Ouagadougou a un incontro con un migliaio di giovani prostitute ed ha parlato della necessità che esse si organizzino. Il giorno successivo la radio annunciava il lancio dell’educazione sessuale nelle scuole.

La prostituzione è un fenomeno sociale che noi combattiamo perché degrada la donna a rango d’oggetto, la spersonalizza e costituisce un freno alla piena realizzazione e alla liberazione della donna. Su questo argomento noi cerchiamo di coniugare gli atti alle parole, ma si tratta di una lotta di lungo respiro. Ci vuole tempo poiché bisogna educare le masse e nulla di ciò che tocca la mentalità può essere ottenuto senza la pazienza.

Il Burkina Faso è oggi probabilmente all’avanguardia, in Africa, per quanto riguarda il dibattito sulla liberazione della donna. Vorrei sapere tuttavia se, secondo le donne dell’Union des Femmes du Burkina (Ufb), esse godono di sufficiente autonomia nei confronti del quadro politico definito dal Consiglio Nazionale della Rivoluzione.

Come vuole che lUfb goda di autonomia rispetto al quadro politico definito dal popolo? Non capisco la sua domanda. L’Ufb è parte integrante della Rivoluzione e costituisce una delle basi del regime popolare. Qualsiasi potere è solido per la sua coesione e non per il suo sgretolamento. L’Ufb è una emanazione del nostro potere popolare ; non può dunque staccarsene.

Si parla della creazione di un partito. Perché? A causa di problemi di unità fra le diverse tendenze esistenti nel seno della rivoluzione? E che rapporto ci sarebbe con i Comitati di difesa della rivoluzione?

Le questioni organizzative costituiscono uno dei compiti imperativi della Rivoluzione. Essa non può approfondirsi senza una struttura d’avanguardia, e noi ci stiamo pensando. Tuttavia non la concepiamo in maniera burocratica. Per noi l’unità non vuol dire mancanza di differenti sensibilità. Vogliamo una unità pluralista, democratica, che arricchisca il popolo, che, organizzato, dovrà partecipare alla costruzione di questa struttura d’avanguardia e per questo, al momento opportuno, ne sarà informato e protagonista. I Comitati di difesa della rivoluzione avranno dei rapporti politici con questa struttura, a cui saranno legati dal principio del centralismo democratico.

Quale è il suo punto di vista sui problemi della pace e dei rapporti Nord-Sud?

Solo i popoli dei diversi paesi potranno trovare una soluzione definitiva al problema della pace, giacché gli stati contemporanei sono troppo calcolatori ed egoisti per favorire la pace mondiale. Questa è pericolosamente minacciata, inoltre, dalla politica egemonica e dalla volontà di potenza e di dominazione degli stati imperialisti.

Quanto ai rapporti Nord-Sud, essi dipendono da numerosi fattori interni ed esterni, sia nei paesi che dispongono di tutto, sia in quelli sottosviluppati. Essi obbediscono ai vincoli delle relazioni internazionali che sono segnati da una vera e propria legge della giungla. Alcuni sforzi, tuttavia, sono stati compiuti in questi ultimi anni da una parte e dall’altra in favore di una cooperazione più rispondente ai bisogni delle parti interessate. Resta però molto da fare per decolonizzare i rapporti Nord-Sud, anche se alcuni stati europei l’hanno già capito.

Il suo paese ha appena aperto una rappresentanza diplomatica a Roma. Alcuni italiani stanno promuovendo una associazione per sviluppare l’amicizia tra l’Italia e il Burkina Faso. Avranno il piacere di incontrarla presto in Italia?

Noi abbiamo molta simpatia per il popolo italiano, tra cui contiamo numerosi amici che sostengono gli sforzi di trasformazione che stiamo spiegando in Burkina Faso dall’avvento della rivoluzione. La creazione di una associazione per l’amicizia tra l’Italia e il nostro paese dimostra che gente di buona volontà si batte ogni giorno anche da voi per aiutare il nostro popolo a vincere l’analfabetismo, la malattia e la fame. Il popolo italiano è un popolo generoso e caloroso che ha dato tanto al mondo. Noi ne siamo fieri. Auspichiamo che questo tipo di rapporto si rafforzi sempre di più tra i diversi popoli, per contribuire insieme a combattere la miseria e lo sfruttamento, per un mondo di pace e giustizia. Per tutte queste ragioni, non appena il tempo e l’occasione me lo permetteranno, visiterò con piacere il vostro bel paese.

 

di Umberto Manni per IL MANIFESTO

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3 Responses

  1. Marinelli Ugo ha detto:

    Che data ha questa intervista?

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