Se vogliamo un vaccino contro il coronavirus, dobbiamo strapparlo alle logiche di mercato

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Il nuovo indizio nella caccia al tesoro globale per arrivare al più presto a un vaccino anti-coronavirus arriva da dove meno te lo aspetti: la Sardegna, regione che grazie alla sua insularità al momento sembra ancora abbastanza al riparo da una vera epidemia. L’équipe di biologi molecolari dell’Azienda ospedaliero– universitaria di Cagliari guidata da Germano Orrù ha sperimentato, per la prima volta, un kit diagnostico ribattezzato “Caterina” grazie al sequenziamento di un gene (definito con la lettera N) strategico per la messa a punto di farmaci antivirali specifici e dello stesso vaccino. Non è un exploit che sorprende: la comunità scientifica mondiale infatti sta condividendo ogni seppur minimo passo conoscitivo nuovo, e a Cagliari le evidenze raccolte altrove sono state usate per realizzare quello che Orrù chiama “un miniradar che riesce a riconoscere un gene particolare che è il nostro bersaglio. Il sequenziamento del gene serve per individuare le particolarità del coronavirus evitando errori diagnostici, e porta a valutazioni dei bersagli che sono, appunto, ottimi punti di partenza per trovare vaccini e farmaci”. 

La corsa contro il tempo ha come evidente priorità la salvaguardia di milioni di vite umane, ma è innegabile che il suo motore sia anche ben più prosaico: è bastato che DiaSorin, multinazionale italiana leader mondiale della diagnostica, annunciasse ieri mattina il completamento degli studi per il lancio entro fine marzo di “un test molecolare di rapida risposta per diagnosticare” il virus per veder schizzare in Borsa il suo titolo del 20% in pochi minuti, tale è l’attesa di capire chi sarà il primo a tagliare il traguardo dello standard nel riconoscere la malattia, curarla e – ancor meglio – prevenirla. In cerca del graal, su tutti e tre i versanti, sono decine di laboratori e di aziende, con fondi pubblici e privati. Ma è indubbio che sia il vaccino l’obiettivo al quale si guarda con maggiore speranza, con costi e tempi proporzionati allo sforzo: 2 miliardi di dollari e non meno di 12 mesi, assai più probabilmente 18, secondo le stime della Coalition for epidemic preparedness innovations (Cepi), tra studi di sicurezza, test sugli animali e verifiche cliniche sull’efficacia. Con una lezione che interroga i cda dei colossi farmaceutici: tra un anno e mezzo il vaccino sarà ancora bramato come oggi, oppure la malattia si sarà ormai ridimensionata per impatto ed estensione, come già accaduto con la Sars e (parzialmente) con ebola? “E’ plausibile – secondo Cepi, network tra governi, aziende ed enti di beneficienza – che il contenimento del virus abbia un tale successo che la malattia venga eliminata”, contando anche sulla progressiva immunizzazione naturale delle persone. Nel qual caso l’immensa mole di investimenti si rivelerebbe sproporzionata al profitto atteso oggi. Un pragmatismo che chiama in causa la responsabilità degli Stati e delle istituzioni sovranazionali nel sovvenzionare la ricerca e tagliar corto con i comprensibili calcoli delle imprese globali.

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), sono non meno di 20 i diversi filoni di ricerca (e 35 “candidati vaccini”) febbrilmente operativi nel mondo per ottenere un siero. La Commissione europea per una volta ha dato l’esempio stanziando in tutto sinora 47,5 milioni di euro, grazie alla risposta coordinata di tutti i Paesi membri, soldi destinati a 17 progetti che coinvolgono 136 team dei 27 Paesi. L’Ema invita alla prudenza: “I primi test clinici preliminari non cominceranno prima di aprile–maggio”, ha fatto sapere l’ente europeo per la farmacovigilanza, informando però di essere impegnato per “ottenere l’autorizzazione d’ingresso sul mercato nel più breve tempo possibile”. La Cina intanto vuole bruciare le tappe, annunciando che alcuni vaccini sperimentali potrebbero essere ammessi alla sperimentazione clinica addirittura entro aprile. La spinta, come già nelle drastiche misure per fermare il contagio, arriva dai muscoli dello Stato: “Tutte le istituzioni di ricerca – ha dichiarato la Commissione sanitaria nazionale – hanno lavorato insieme per far avanzare le conoscenze senza badare ai costi”. Gli Stati Uniti non intendono certo arrivare secondi, tanto che per il vicepresidente Mike Pence un vaccino potrebbe essere pronto entro fine estate. Le più accreditate fonti italiane confermano che si è già imboccata la strada giusta, ma tutto dipende dall’unità di intenti della comunità scientifica internazionale e degli stessi Stati. Il tempestivo sequenziamento del virus, e gli studi sviluppati anche in Italia su stabilità e varianti, hanno fatto sì che si sia “iniziato a lavorare a un vaccino molto presto – secondo il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi –, e ora si è già molto avanti, tanto che alcuni prototipi potrebbero arrivare alla fase dei test clinici sull’uomo entro pochi mesi”. Certo però che “i successivi tempi di produzione su larga scala saranno più lunghi e implicheranno ulteriori costi”.

In campo da pochi giorni c’è anche il progetto “Exscalate4CoV”, curato da un network inter–universitario europeo con sede a Bologna: si tratta di una piattaforma di calcolo con una potenza in grado di valutare tre milioni di molecole al secondo a partire da una “biblioteca chimica” di 500 miliardi di composti organici. La partita a scacchi con Covid–19 è in pieno svolgimento.

Francesco Ognibene per AVVENIRE

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