An Italian immigrant family on board a ferry from the docks to Ellis Island, New York. (Photo by Lewis W Hine/Getty Images)

Siamo un popolo senza memoria

Noi siamo un popolo che ha dimenticato l’attesa:

la pazienza del pane, una pianta che cresce.

Noi siamo quelli assenti al presente,

infedeli al passato, inadatti al futuro.

Fummo stranieri, perchè in altra patria.

Italiani d’Argentina d’Australia di Francia:

30.000.000 di sparigliati

nel conto mazzo del ‘900.

Fummo stranieri. Fummo le madri nei porti

col singhiozzo uguale alla sirena di navi,

fummo il mal d’oceano

in cabine di terza classe.

E poi facce di carbone a martellare

nella pancia del Belgio.

Fummo la nostalgia del cielo d’Italia

nell’orizzonte grigio di mezza Europa.

Fummo i padri che scrivevano ai figli,

gli amori tagliati a battere la rabbia della distanza

come code di lucertola,

fummo la rabbia che non si piegava alla storia.

Noi siamo un popolo che ha dimenticato l’attesa,

la pazienza del pane, un figlio che cresce.

Fummo gli ingannati d’Italia,

fummo le esistenze messe a briglia,

fummo gli scampati alla guerra,

gli spiriti in pena sulla linea del disastro,

fummo le lingue imbrogliate ad Ellis Island,

il martirio del ritorno, le promesse inevase.

E poi le bestemmie in una lingua storpia,

nei dialetti che non sapevano farsi italiano,

l’odore d’aglio, la puzza di lavoro,

i Macaronì per i formaggi di Francia.

Fummo i derisi alla frontiera,

fummo i vestiti sotto misura,

gli abiti stinti in ogni stagione,

fummo le lacrime trattenute,

il conforto dato al vicino,

fummo la stretta di mano raccolti nei cassoni,

fummo la ferita del lavoro,

la suppurazione della fame.

Fummo sguardi disorientati

senza Polare

sotto il taglio dell’Equatore.

Fummo i parti senza padri,

contadini del Sud a sarchiare l’Atlantico,

fummo sbarchi fuori rotta,

mosche leggere in pugno all’Oceano.

Fummo donne e uomini, un tempo,

che conoscevano il dolore del migrare,

l’onta dell’uomo che ti ributta indietro.

Fummo uomini e donne, un tempo,

prima che dimenticassimo d’essere uomini e donne,

fummo uomini e donne,allora,

capaci di riconoscere nello straniero

la sorte sorella,

fummo uomini e donne, prima,

quando migravano su rotte da schiavi,

quando aspettavamo in fila d’essere accolti.

Fummo vite in cammino,

quando aspettavamo di diventare

vanghe zappe forni voci asini

in terra straniera.

Quando aspettavamo d’essere riconosciuti

come uomini e donne.

Noi siamo un popolo che ha dimenticato l’attesa.

Saverio Pazzano

 

Pillole di saggezza, a cura di Rosella De Troia

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