STATI UNITI: STUPRI E SEQUESTRI DELLE DONNE INDIANE

Chelsey è scomparsa. La famiglia non ha più notizia di questa ragazza di soli 17 anni.
Chelsey è una nativa indiana che vive in una riserva come la gran parte di ciò che resta degli Apache, Sioux, Navajo,  Crow e dei tanti altri popoli che dominavano le praterie di quelli che furono poi gli Stati Uniti. Popoli sterminati dalle tante febbri di una colonizzazione che non si fece scrupolo alcuno nei suoi progetti di conquista.
Chelsey è una delle tante ragazze indiane ultimamente sparite nel nulla. Vittime della bestialità più terribile dell’uomo. Lo stupro e l’uccisione della vittima, il racket della prostituzione.
Un’inchiesta ha svelato che quasi il 90% delle donne native ha subito violenza nella sua vita. Una quota infinitamente e dolorosamente più alta di quella delle donne americane.
Stando ai dati del ministero statunitense di Giustizia, almeno nell’86% dei casi di violenza sessuale o molestie, le donne dichiarano di essere state aggredite da uomini non appartenenti alla propria comunità, non nativi. Ci sono i camionisti, che vanno e vengono, i braccianti e i contadini, i rancheros che raggiungono queste aree per i fine settimana. Ma ci sono anche i campi delle piattaforme petrolifere del Dakota del Nord, in cui prolificano ruffiani che fanno da intermediari tra personale e ragazze del luogo. Quello delle compagnie petrolifere sembra essere l’assalto definitivo a quanto resta delle comunità indiane.
“ E’ una situazione assurda e intollerabile. Una madre mi ha raccontato di essere stata avvicinata da uno di questi figuri che le ha chiesto quanto voleva in cambio della sua bambina- racconta Eryn Wise, della tribù dei Jicarilla Apache, leader di tanti movimenti a difesa della popolazione indigena.
“Chi subisce violenza,poi, non sa a chi rivolgersi. Gli avvocati degli Stati Uniti hanno declinato il 50% dei casi indigeni proposti loro, tra il 2005 e il 2009, di cui il 67% erano abusi sessuali e stupri correlati. Così questi delitti restano impuniti e cresce la disperazione. La direttrice del Centro di Risorse per la Educazione alla salute delle Donne native statunitensi, Charon Asetoyer, si è sentita dire da una giovane donna sioux: “Che cosa dirò a mia figlia quando sarà violentata?” Non “se”, ma “quando”. E in molte di queste donne e di queste ragazze cresce la tentazione del suicidio.
Il suicidio è oramai una dominante per chi vive nelle riserve indigene. I casi crescono di anno in anno e raccontano una grande sofferenza soprattutto tra i loro giovani abitanti. In North Dakota una quattordicenne si è impiccata dopo il suicidio di suo padre e di sua sorella. Prima è rimasta 90 giorni a letto, in posizione fetale, forse aspettando che qualcuno si occupasse di lei, invece nessuno a scuola si è domandato perché lei mancasse.

Tra le 566 tribù di nativi americani stanno aumentando i problemi: povertà, disoccupazione alle stelle, alcolismo, tossicodipendenza, violenza domestica, un senso diffuso di disperazione.
Dice Theresa M. Pouley della Indian Law and Order Commission: «Un quarto dei bambini indiani vive in condizioni di miseria. Il 17 % in meno rispetto agli altri ragazzi americani si diploma a scuola. Soffrono di disordini post-traumatici quanto, se non di più, dei soldati che tornano dall’Afghanistan».
Nonostante gli alcolici siano ufficialmente proibiti nei territori di molte riserve indiane, dette appunto asciutte, appena si varca il confine sono numerosi i negozi di liquori che si mantengono principalmente col facile guadagno della vendita di alcol a indiani alcolisti. Luoghi di perdizione gestiti da bianchi che, tra tensioni sociali e violenza latente, ospitano quel popolo un tempo fiero e combattente, ormai allo sbando e senza speranza. Una situazione denunciata pubblicamente qualche anno fa anche da un gruppo di anziani delle tribù del Sud Dakota, che fecero causa alle maggiori case produttrici di birra americane, rivendicando, come per il tabacco, una responsabilità indiretta rispetto alla salute dei consumatori.
Il vuoto che affligge gli indiani ha origine storica. E’ la delusione per una promessa infranta. Secondo i trattati del primo Novecento gli Stati Uniti avrebbero dovuto garantire agli indiani cure sanitarie, case e educazione, lavoro. E invece, niente. Mentre loro muoiono, il resto del paese non avverte alcuna urgenza di intervenire.
Lo ammise lo stesso Barack Obama visitando alcune di quelle riserve. Parlò di «carte truccate» contro la nazione indiana, per la quale Washington non ha fatto mai abbastanza.
Da allora, niente è cambiato

Children Dancers on the Wind River Indian Reservation, Wyoming

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1 Response

  1. 13 novembre 2018

    […] Stati Uniti: stupri e sequestri delle donne indiane. […]

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