Storie di ordinario razzismo

Sono in treno.
Ad un certo punto sento un uomo urlare, a voce sempre più alta. Il controllore – una giovane donna – anche.
Il signore urla, agitato, dice che Lei è razzista.
Tutti in treno lo guardano e sbuffano.
Continuano per diversi minuti. Mi alzo, sono lontani da me.
Li raggiungo.
Potrebbe avere l’età di mio padre.
Il viso e le mani segnate dalla stanchezza e dalla delusione.

“Salam aleikum, nagadef?” Mi guarda. Si zittisce. Mi allunga la mano.
“Yamal (calmati). Siamo anche in Ramadan”.
Mi guarda. Gli occhi si gonfiano di lacrime.
Si siede.
La controllora se ne va.

“Non salirei mai senza biglietto. Sono cittadino italiano. Ma la carta di identità l’ha chiesta solo a me. Non è giusto. Pago l’abbonamento ogni mese”.

“Lo so” dico. Non riesco a dire altro.
Altre due-tre parole in wolof, e gli esplode un sorriso.

“Djerejef” (grazie)
“gnokobok” (prego)

Torno a sedermi.

La lingua, che non è solo scoperta, ma anche un abbraccio caldo.

È questo che state facendo. È questo che salvini vuole: esasperare. Ci vuole stanchi, rassegnati, rabbiosi. Ci vuole far passare dalla parte del torto, anche quando abbiamo ragione.

Allora noi abbiamo il compito di guardarci, di dirci “yamal” e andare avanti nella lotta, ma con le nostre armi.

Francesca De Luca

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