SUD SUDAN: GIUSTIZIA PER LO STUPRO DI SARA

“ Chiedo giustizia. Pretendo giustizia. Ne ho diritto. Io sono stata all’inferno! “.
La chiameremo Sara. Non è il suo vero nome, ma evidenti motivi di riservatezza e sicurezza, impongono di non rendere pubblica la sua identità.
Sara è una giovane donna italiana, minuta, gli occhi nonostante tutto limpidi e fieri. E’ una volontaria, da sempre impegnata in territori difficili, preda di grande miseria o terribili conflitti. Ha sempre pensato che non si potesse restare alla finestra a guardare. Bisognava far qualcosa, dare una mano a chi soffre o è vittima di ingiustizia.
Per questo motivo era in sud Sudan nel luglio di due anni fa. Un paese distrutto da una terribile guerra civile che sembra non aver fine, che ha tratti di genocidio e in cui ogni santo giorno è orrore. Tutto per il petrolio sul quale letteralmente galleggia e fa gola a tanti.
Anche a Sara è toccata una fetta amarissima di quell’orrore. Anche lei ha subito la sorte di migliaia di donne barbaramente e vigliaccamente stuprate dalla soldataglia governativa. Da due anni aspetta giustizia. Invano. Eppure ha avuto il coraggio di tornare lì e sfidare in un’aula giudiziaria i suoi aguzzini. Ne ha riconosciuti 5. Il processo si è concluso ma la sentenza non viene emessa. Uno scandalo inaccettabile, ancor più grave perché Sara è sola. Né le autorità italiane né altri l’accompagnano nella sua coraggiosa battaglia.
“ Io parlo, urlo non solo per me. Io in quell’aula sono potuta entrare perché , finalmente, ero protetta. E poi sarei andata via. Migliaia e migliaia di donne in quel paese subiscono ogni tipo di sevizie e non possono neanche denunciare per timore di essere ammazzate”.
Quello che è accaduto a Sara ha dell’incredibile e rivela a che livello bassissimo siano arrivate tante istituzioni, innanzitutto le Nazioni Unite e le loro missioni di pace per la salvaguardia dei civili.
“ Da alcuni giorni era fallito l’ennesimo accordo di pace e per le strade di Juba, la capitale, volavano pallottole e granate. Che strano in un paese che non ha una sola fabbrica di armi…Dopo una settimana che eravamo asserragliati in hotel, finalmente le armi tacquero. Poi ululati bestiali. I soldati governativi avevano vinto la battaglia e festeggiavano. Quelle urla bestiali si avvicinarono sempre più e all’improvviso l’hotel fu invaso da un centinaio di militari ubriachi e forse drogati. Ci riunirono nel salone e ci fecero inginocchiare. Pretesero che li implorassimo di non ucciderli. Poi uno di loro si avvicinò a una volontaria e le chiese di stare con lui. ‘ Ti conviene…Altrimenti ti prenderanno tutti’, le disse sghignazzando. La violentò. E dopo di lui la violentarono in 15. Poi presero di mira un giornalista. Era uno di loro, uno del Sud Sudan, ma era Nuer, cioè di un’etnia cui loro facevano la guerra. Lo fecero a pezzi e lo finirono con due colpi di pistola alla testa”.
In Sud Sudan è guerra da parte del governo sia ai giornalisti che alle organizzazioni umanitarie. Il governo non vuole testimoni delle sue atrocità e quello che accadde a Sara e a altri era uno dei tanti segnali in questa direzione.
“ Poi toccò a me. Uno di loro mi prese per i capelli e mi trascinò, accompagnato da altri due, in una stanza. Provai a resistere, a implorare pietà. Niente. Prima mi riempirono di botte e poi mi violentarono. Un’ora di lacrime e poi arrivarono altri. Poi altri ancora…”.
Sara e gli altri volontari, all’arrivo della soldataglia, avevano chiesto aiuto a tutti. Alle ambasciate e alla missione di pace delle Nazioni Unite. La sede dei caschi blu era a poche centinaia di metri, ma non intervennero. Nessuno intervenne. Una vergogna senza fine. Una delle tante. Poche settimane prima tantissime donne erano corse al campo delle Nazioni Unite chiedendo aiuto. I cancelli vennero sbarrati e furono violentate proprio lì di fronte a chi aveva il dovere di tutelarle ed era pagato per farlo.
“ Chiedo giustizia. La voglio per me e per tutte le altre. Sarebbe un segnale importante, un avviso a chiunque lì e altrove ricorre allo stupro come arma di guerra che questi orrori non restano impuniti. Non lasciatemi sola. Non lasciateci sole”

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3 Responses

  1. Alessio Graziani ha detto:

    Dottor Montanaro, colgo l’occasione per salutarla in quanto ho avuto modo di discorrere con lei grazie al Professor Gianluca Docente di italiano e storia. Dopo aver ricevuto, sul segnalazione del docente precedente citato, ho cominciato a leggere i suoi articoli su questo sito. Sono molto contento che nonostante tutto ciò che ha dovuto vedere ed ingerire continui a dare voce alla verità, cosa molto negata, da tutti i mezzi di informazione, in quanto ritenuta scomoda, non conveniente per la creazione di una società informata quanto basta. In merito a questo articolo, ritengo indecente e omertoso il comportamento delle Nazioni Unite. Esse adoperano una politica pubblicitaria molto espansiva nel mostrare tutte le azioni giuste e ammirevoli che compiono ma allo stesso modo fanno sì che comportamenti come quello sopra narrato non vengano mai a galla. come si legge nello statuto delle Nazioni Unite al Capitolo I, Articolo 1, Punto 3 il compito di esse è quello di promuovere e incoraggiare il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione. Chiudere i cancelli davanti a persone che chiedono aiuto, riparo da orribili violenze che uomini, soldati, sono pronti a fare, significa ciò? E poi c’è da chiarire una cosa: questo statuto è da utilizzare sempre, in qualsiasi situazione o solo quando conviene? Tutti gli stati devono rispettare i diritti dell’uomo ma credo che spesso c’è confusione a distinguere quali sono e come rispettarli. la saluto e spero che continui a fare il suo lavoro in questo modo, raccontare la verità senza paura.
    Alessio Graziani

  2. Michele Valsecchi ha detto:

    Ma non ha più senso pubblicare un articolo del genere con qualche riscontro e con una raccolta firme?

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