Troppi avvoltoi nei cieli della Libia

L’aggressione militare contro la Libia da parte della Nato, cominciata nel marzo del 2011, si è trasformata, dopo l’assassinio di Gheddafi il 20 ottobre dello stesso anno, in una vera e propria guerra civile tra i vari clan libici.

Ad oggi non vi sono forze straniere che occupano direttamente e illegalmente territori di questo paese. Questo diversamente da quanto avviene in Siria, ove sono presenti i turchi – che il 9 ottobre hanno invaso il nord est di questo paese per fare la guerra ai curdi –  e gli statunitensi senza il consenso del governo di questo paese, o nello Yemen, dove l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti occupano di fatto il sud del paese e conducono una guerra spietata contro la sua parte nord.

Tuttavia, le fazioni in guerra nel paese nordafricano dispongono del sostegno militare e diplomatico di vari paesi, i quali mirano tutti ad assicurarsi una fetta della sostanziosa torta libica – i cui ingredienti sono le abbondanti materie prime e la strategica posizione geografica – una volta terminato il conflitto.

Gli introiti derivanti dal petrolio e dal gas costituiscono la principale voce del Pil libico. Più del 90% delle esportazioni sono legate agli idrocarburi. Inoltre, vi è un’altra risorsa importante che fa gola alle multinazionali: l’acqua. La Libia dispone di immense riserve di acqua potabile nel sud (a Morzouk e Nubie) stimate intorno ai 35mila chilometri cubici. Nel 1984, il governo libico avviò la realizzazione del colossale acquedotto sotterraneo, denominato il Grande fiume artificiale, per fornire l’acqua al nord e sviluppare l’agricoltura in questo paese in gran parte desertico.

Oggi la privatizzazione dell’acqua, fortemente “consigliata” dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale, costringe molti paesi a cedere alle spietate multinazionali la gestione e la commercializzazione di questo bene primario. I gruppi francesi Suez, Ondeo e Saur controllano più del 45% del mercato mondiale dell’acqua. E oggi anche l’acqua libica è nel mirino di questi colossi e di altri.

La guerra del 2011 ha fortemente indebolito la Libia – oggi di fatto senza uno Stato – e l’ha quindi resa una preda facile per chi vorrebbe accaparrarsi le sue risorse. I due principali poli libici che si contendono il controllo del paese sono: il Governo di unità nazionale (Gun) e l’Esercito nazionale libico (Enl).

Ciascuno si essi dispone di una schiera di alleati. Il Gun, guidato da Fayez al-Sarraj, insediato a Tripoli, è riconosciuto dall’Onu e appoggiato esplicitamente dalla Turchia e dal Qatar. L’Enl, creato dal generale Khalifa Haftar, basato a Bengasi, è sostenuto dall’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti e dalla Francia.

La Francia giustifica il suo sostegno a Haftar con la “lotta al terrorismo” nella regione del Sahel. Si tratta, in realtà, di un palese pretesto per consolidare la sua presenza militare in questa parte dell’Africa: più di 4mila soldati francesi sono attualmente dispiegati – nell’operazione Barkhane – tra il Ciad, il Niger, il Mali, il Burkina Faso e la Mauritania. L’Enl controlla la zona della cosiddetta mezzaluna petrolifera, dove è concentrata la parte più consistente dei pozzi di petrolio. E Parigi cerca di garantire gli interessi della Total (multinazionale francese) che opera in molti di questi pozzi.

L’opacità della politica italiana

L’Italia, il paese europeo più esposto alle conseguenze del conflitto, in particolare quelli riguardanti la crisi migratoria, è più vicina al governo al Sarraj. E dal punto di vista del diritto internazionale ha ragione ad esserlo, perché questo governo ha una sua rappresentanza ufficiale presso l’Onu, che lo considera come legittima guida del paese. Tuttavia la posizione dell’Italia ha una motivazione molto più legata ai propri interessi, in particolare quelli riguardanti la questione dell’immigrazione.

I vari ultimi governi, da Gentiloni al Conte bis, hanno scommesso su al Sarraj per arginare i flussi di migranti che partono dalle coste Libiche (da Sabrata e Zawiya in particolare). Il ragionamento dietro questa scommessa è pragmatico/cinico. Il governo libico è sostenuto da milizie che gestiscono, oltre al contrabbando di petrolio, anche il traffico di migranti. E quindi la mediazione di al Sarraj potrebbe convincere queste milizie a rinunciare – in cambio di qualche cosa – a questa attività o addirittura a gestire il flusso dei profughi in modo da impedire le partenze dalle coste tripolitane.

Questa ipotesi sembra aver avuto in seguito riscontri sul terreno, in quel periodo in cui Marco Minniti era ministro dell’Interno (dicembre 2016–giugno 2018) e gestiva personalmente il dossier dell’immigrazione. L’agenzia di stampa Associated Press, in un articolo pubblicato nell’estate 2017, affermò che il numero degli sbarcati diminuì drasticamente in un anno, passando dai 21 mila dell’agosto 2016 a meno di 3mila dello stesso mese dell’anno successivo.

L’articolo, intitolato “Backed by Italy, Libya enlists militias to stop migrants”, attribuisce questa notevole diminuzione ad un’intesa sottobanco tra il governo italiano e alcuni gruppi armati libici: “Il calo sembra essere in gran parte dovuto ad accordi con le due milizie più potenti della città occidentale libica di Sabrata”. Le due milizie in questione sono la Brigata 48 e la Brigata del martire Anas al-Dabbashi, guidate da due fratelli dell’influente clan al-Dabbashi. “I funzionari della sicurezza e gli attivisti di Sabrata intervistati dall’AP hanno affermato che dirigenti italiani si erano incontrati con i leader della milizia”, si legge nello stesso articolo.

Inoltre, sempre secondo la AP, “dal 2015 – quando Matteo Renzi era primo ministro, ndr – la sorveglianza del sito petrolifero di Melitah, dove opera l’Eni, è affidato alla milizia di al-Ammu”. Al-Ammu, in arabo “lo zio”, è l’appellativo di Ahmed Oumar al-Dabbashi, il capo della Brigata del martire Anas al-Dabbashi, il quale risulta nella lista degli individui sanzionati dall’Onu. È accusato di traffico di immigrati.

Da questo quadro risulta chiara l’ambiguità dello Stato italiano nei confronti della situazione in Libia. Questa ambiguità è stata evidenziata da un’inchiesta pubblicata il 4 ottobre di quest’anno dal quotidiano l’Avvenire intitolata “La trattativa nascosta. Dalla Libia a Mineo, il negoziato tra l’Italia e il boss”. Da questa inchiesta risulta che l’11 maggio 2017 funzionari dello Stato italiano incontrarono rappresentanti delle autorità libiche per discutere del blocco delle partenze di profughi e migranti.

Alla riunione partecipò Abd al-Rahman al-Milad, alias Bija. Quest’uomo è “accusato dall’Onu di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawyah, aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare il ‘modello Mineo’”, scrive Nello Scavo, autore dell’inchiesta.

Un criminale che era interessato a capire come funzionava il Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, in provincia di Catania. E ciò avvenne quando a gestire la crisi dei migranti era il ministro Minniti. Il governo Gentiloni ha sempre negato ogni suo rapporto con le milizie e con i boss libici. Quello attuale risponde all’inchiesta dell’Avvenire scaricando le colpe su altri. Ma resta il fatto che queste faccende portano a pensare che l’Italia abbia operato in Libia in modo poco trasparente, per non dire illegale. Pare si volesse fermare il flusso migratorio ad ogni costo. I fini giustificano i mezzi!

Gli Usa, dopo aver orchestrato la guerra contro la Libia, si misero dietro le quinte. Haftar – possessore di un passaporto americano – è uomo di fiducia di Washington, la quale assume un profilo basso e attende gli sviluppi, dal momento che i paesi coinvolti a sostegno di uno o dell’altro polo in guerra sono tutti suoi alleati. La Russia strizza l’occhio al Generale e attende, ma senza sbilanciarsi troppo.

Dubai e Ankara all’assalto di Tripoli

Oggi il baricentro della guerra civile in corso è la capitale Tripoli. Haftar, dopo aver conquistato la Cirenaica ed aver esteso la sua influenza su gran parte della Libia meridionale, il 4 aprile scorso ha lanciato un’offensiva per espugnare la capitale, dove risiede il governo di Al Sarraj. L’operazione ha suscitato qualche imbarazzo (ma non più di tanto) presso i paesi alleati del generale (due dei quali sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu), i quali lo hanno invitato (ma senza insistere troppo) a rinunciare all’attacco contro Tripoli.

Sembrava che in pochi giorni la città sarebbe caduta nelle mani dell’Enl di Haftar. Ma a distanza di cinque mesi si continua a combattere intorno alla capitale, senza espugnarla, e causando enormi danni. Secondo una dichiarazione di Ghassan Salamé, inviato speciale dell’Onu, rilasciata a fine agosto scorso, la guerra a Tripoli ha causato circa 1.100 vittime e centinaia di migliaia di sfollati.

Secondo lo stesso inviato Onu, “sono da 6 a 10 i paesi che intervengono in permanenza nella crisi libica con soldi, armi e assistenza militare”. Occorre ricordare che l’Onu ha decretato nel 2011 un embargo contro la vendita di armi ai libici. Questo provvedimento è stato riconfermato il 10 giugno scorso.

L’assalto di Haftar alla capitale ha avuto l’appoggio degli Emirati Arabi Uniti (Eau), onnipresenti nei conflitti del mondo arabo. Lo hanno sostenuto sin dall’inizio del suo ritorno sulle scene nel 2014. Questo paese usufruisce di una base militare ad Al Khadim, vicino a Bengasi, attraverso la quale fornisce armi all’Enl: i principali fornitori sono la Ares security vehicles di Abu Dhabi e la Minerva special purpose vehicles con base a Dubai.

Secondo un rapporto Onu pubblicato nel giugno 2017, gli Emirati hanno consegnato all’Enl: aerei di combattimento AT-802i (Archangel) acquistati dalla Iomax Usa Inc; elicotteri Mi 24 p importati dalla Bielorussia; droni CAIG Wing Loong di fabbricazione cinese. Il New York Times, lo scorso 9 luglio, ha rivelato che quattro missili anticarro Javelin di fabbricazione americana , acquistati dalla Francia, sono stati trovati alla fine di giugno nella città di Gharyan dopo la sua riconquista da parte delle milizie filo-governative. (vedi “U.S. Missiles Found in Libyan Rebel Camp Were First Sold to France).

I missili abbandonati dalle truppe di Haftar portano il marchio delle forze armate degli Emirati. Questi ultimi comprano armi e le forniscono a Haftar con il pretesto di “combattere il terrorismo”. In realtà, Dubai cerca di contrastare il potere del movimento dei Fratelli musulmani (sostenuto dai turchi e dai qatarini), considerato una grande minaccia per il credo wahabita/salafita che – oltre ad alimentare il terrorismo jihadista – legittima la permanenza al potere delle petromonarchie del golfo capeggiate dall’Arabia Saudita (vi sono diverse milizie salafite che sostengono Haftar e sono finanziate dai sauditi). E pare che a tale scopo essi utilizzino anche i fondi sovrani libici giacenti nelle banche di Dubai, stimati attorno a 50 miliardi di dollari.

A guastare il piano del generale Haftar di conquistare Tripoli sono stati in parte i turchi di Erdogan, il cui partito al potere (l’AKP) è ideologicamente legato ai Fratelli musulmani. Ankara è venuta in soccorso del governo di al-Sarraj fornendo alle sue milizie, in gran parte islamiste affiliate alla fratellanza musulmana, armi e consulenza militare, I turchi hanno installato una loro base logistica nell’Accademia militare di Misurata.

Le milizie di questa città sono state determinanti nel respingere l’attacco dell’Enl. Dalla Turchia il governo di Tripoli “ha ricevuto 180 veicoli corazzati e altre armi, compresi i blindati Kirpi di fabbricazione turca”. “I veicoli sono arrivati a Tripoli il 18 maggio a bordo della nave Amazon Giurgiulesti, battente bandiera moldava, che era partita dal porto turco di Samsun il 9 maggio; dalla nave sono stati scaricati circa 20 4×4 Kirpi e diversi Vuran” (la notizia è dell’Agc news, pubblicata il 21 maggio 2019).

Erdogan, oltre a coltivare i suoi interessi geopolitici, cerca di sostenere i Fratelli musulmani libici, motivo per il quale combatte contro Haftar, il quale ha trovato nell’egiziano al-Sisi un solido alleato contro gli islamisti e contro i turchi.

La partita è tuttora aperta. Il futuro della Libia resta molto incerto, legato alle mosse dagli avvoltoi che sorvolano il suo cielo, inquinato da una guerra che dura da più di otto anni.

 

di    Mostafa El Ayoubi per  NIGRIZIA

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: