Turchia: un paese in prigione

Sono trascorsi due anni e sette mesi dal 15 luglio 2016, dal tentato e fallito colpo di Stato in Turchia. Eppure la campagna di epurazioni immediatamente lanciata dal presidente Erdogan non è terminata.

Ieri la polizia ha lanciato una delle più ampie operazioni mai realizzate contro il movimento Hizmet del predicatore Fethullah Gülen, passato da braccio destro (per molti, la mente) delle politiche di Erdogan al più acerrimo dei nemici. Nel mirino altri poliziotti, accusati di appartenenza al movimento: sono stati spiccati 1.112 mandati d’arresto in 76 province, sulla base di un’indagine relativa a un concorso per agenti di polizia del 2010.

Al momento sono stati già arrestati 124 sospetti, «demoni» secondo la definizione del ministro degli interni Soylu. Ankara accusa Gülen di aver infiltrato propri uomini dentro tutte le istituzioni dello Stato, scordando di specificare che lo ha potuto fare con il sostegno dello stesso Erdogan.

L’ultima operazione affolla ancora di più le 384 carceri turche, già piene: oltre 77mila persone sono dietro le sbarre in attesa di processi legati al golpe. Fuori restano, ai margini della società, 150mila dipendenti pubblici licenziati in tronco. Numeri a cui si aggiungono quelli che dal 2016 mettono la Turchia sul podio delle violazioni della libertà di stampa: 130 media chiusi e 68 giornalisti ancora in prigione (degli oltre 240 arrestati dopo il tentato golpe).

Ma in carcere restano anche dieci parlamentari dell’Hdp. Contro il partito di sinistra la repressione non si ferma: ieri le marce organizzate in 15 città in sostegno della parlamentare Leyla Guven, al 100° giorno di sciopero della fame, sono state bloccate dalla polizia con barricate, scudi, arresti.

Chiara Cruciati

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