Una maestra, al tempo del coronavirus

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Allora, ieri sera ho mandato un messaggio vocale a tutti i bambini. La verità era che mi mancavano, nulla di più. 

Sono andata a dormire alle due perché la piccola mi ha fatto fare una maratona adolescenziale di una serie tv. Siccome si chiude in camera incazzata nera per quasi tutto il giorno, la sera l’ho pregata di fare qualcosa con me, quindi mi sono immolata. 

Stamattina alle sette ero sveglia, mal di testa e raffreddore. Ho pensato per un attimo di avere il coronavirus e ho sudato freddo. La paura è davvero irrazionale, a volte. 

Ho cercato di riprendermi e ho provato a caricare questi maledetti compiti sul registro elettronico chiedendomi continuamente se avessero un senso. Forse sì, se si mantiene un contatto. 

Ho fatto ben quattro volte lo stesso video per bambini, solo al quinto sono riuscita nell’invio. 

Poi mi sono sentita con alucuni genitori per capire cosa sia meglio fare: mandare i compiti tutti i giorni, mandarli tutti insieme, mandare vocali, fare video conferenze, oppure semplici schede da scaricare.

😳

Nel frattempo la mia grande era collegata con la professoressa di matematica, alle nove in piedi, occhi chiusi, barcollante e pigiama, mi continuava a dire sci, fai silenzio! 

La piccola si è svegliata per fare i compiti di italiano. Il computer è rotto, abbiamo un tablet in tre, oggetto di lite. 

Sempre “nel frattempo” cerco il modo di farmi viva con i miei alunni, scarico, provo, mi distruggo ore ed ore per produrre qualcosa di decente e che abbia un senso con bambini di otto anni.

Penso alle mie famiglie e ai bambini. Arriverà a tutti il materiale? 

Così chiamo chi immagino non abbia accesso al registro. E infatti. 

Infatti ci sono famiglie che non hanno il computer in casa. 

Allora sento la segreteria della scuola che mi fa il pippotto sulle responsabilità genitoriali e su come sia possibile che alcuni genitori non abbiano ancora le credenziali! Prova a spiegarglielo che ci sono famiglie la cui vita ruota intorno alla sopravvivenza! Niente, lei insiste, tutti abbiamo problemi, dice irritata. Taccio, sono nelle sue mani. 

Recuperariamo le credenziali e le inviamo alle famiglie per aiutarle almeno ad accedere dal telefonino. 

Le mamme mi ringraziano e io mi commuovo, e penso che nulla abbia senso se questa “roba” della didattica online perde i più deboli. 

Che nulla abbia senso se si verifica che chi è solo, in difficoltà, rimane sempre più solo. 

Una mamma delle nostre fa un breve video su come accedere al registro per chi non capisce bene l’italiano. I nostri genitori tengono dentro, ed è meraviglioso.

Sono io che devo ringraziare.

Alle 18,30 proviamo una video-conferenza con alcuni bambini per vedere se riusciamo a ricreare la nostra agorà ed è un casino, alcuni si parlano sopra e urlano, alcuni sono agitati, altri sono emozionati e restano muti.

Si vedono case, animali, pupazzi e intimità. Anche questo è bellissimo.

Le mamme un passo indietro, nello schermo. Sono confuse, come me.

Le mie figlie mi guardano come fossi matta, chissà perché i loro insegnanti hanno dignità e io no! 

La piccola è furiosa perché il fidanzato è dall’altra parte della città, la grande è più ragionevole ma in casa esiste solo lei. Mamma vai in cucina, mamma vieni in sala che io vado in cucina e così via…

Rotolo, trottolo, fate un po’ voi.

In casa non si fa altro che parlare di mail, di come collegarsi, di come non perdere i collegamenti.

Mi bevo un bicchiere di rosso, se finisce sono fottuta.

Sono le nove e mezza e tra poco Conte dirà qualcosa. 

“Tu hai paura?” mi chiede una mia amica per telefono.

Forse sì. A tratti. Ho paura di perdere tutto ciò che di bello nella vita mi succede. 

Non ho paura della mancanza della didattica per qualche mese, né per le mie figlie né per i miei alunni. 

Ho paura di perdere i bambini e le famiglie più sole. Ho paura di perdere quella ricchezza inestimabile che sono gli anziani. Quello mi fa paura.

Perché ho la sensazione che questa perdita non riguardi solo loro ma riguardi me, il nostro futuro, quello dei nostri ragazzi. 

Il resto tornerà, il caffè al bar, le chiacchiere tra le amiche, i figli sempre fuori di casa, i quattro di latino, le giornate frenetiche. Tornerà tutto. 

Ma chi è solo? Chi già annaspa? Chi a sessant’anni è definito “vecchio”? 

Muoiono gli anziani, si dice, come se fosse una consolazione. 

Ecco, perdere una parte di Noi, i nostri anziani, i bambini e le famiglie sole. 

Questo mi fa paura e tanta. E, poi, mentre Conte parla, la mamma di un mio bambino mi manda un’immagine.

Sono 2300 mascherine che arrivano dalla Cina. Sugli scatoloni c’è scritto: 

“Siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino”.

Mi commuovo. Vorrei che fosse davvero per tutti così. 

PS: teniamo dentro, teniamo insieme. Ognuno un pezzettino.

Penny ( Cinzia Pennati, SOSDONNE BLOG )

by Ludovica

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