Vergogne italiche: mai nessun governante italiano ha chiesto scusa per i massacri in Etiopia

«Feci tremare le viscere di tutto il clero, dall’Abuna all’ultimo prete o monaco», ringhiava quel macellaio di Rodolfo Graziani. Rimorsi? Zero: rivendicava anzi la strage di Debrà Libanòs, dove aveva affidato agli ascari islamici lo sterminio di tutti i preti e i diaconi del cuore della Chiesa etiope, come «titolo di giusto orgoglio». E giurava: «Mai dormito tanto tranquillo».

Il maresciallo Rodolfo Graziani (1882-1955)
Il maresciallo Rodolfo Graziani (1882-1955)

Sono passati ottant’anni, da quei giorni di orrore. Tutto inizia la mattina del 19 febbraio 1937. Ad Addis Abeba il viceré Graziani e le autorità italiane che da nove mesi governano un terzo dell’Etiopia e son decise a prendere il controllo del resto con ogni mezzo (compreso l’uso di 552 bombe caricate a iprite e fosgene autorizzate dal Duce, documenterà lo storico Angelo Del Boca), celebrano la nascita del primo figlio maschio di Umberto di Savoia. Improvvisamente, da un balcone raggiunto superando i controlli, piovono ed esplodono una dopo l’altra otto bombe a mano. Sette morti, decine di feriti. Tra cui Graziani, colpito da decine e decine di schegge.

La rappresaglia è immediata. E non avendo sottomano gli attentatori, fuggiti, si abbatte violentissima su chi capita. Coinvolgendo tutti i fascisti della città. «Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada», scrive nel diario il giornalista Ciro Poggiali. «Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente». Una carneficina. Racconterà il vercellese Alfredo Godio: «Fra le macerie c’erano cumuli di cadaveri bruciacchiati. Più tardi, sulla strada per Ambò, vidi passare molti autocarri “634” sui quali erano stati accatastati, in un orribile groviglio, decine di corpi di abissini uccisi». «Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni», ricorderà l’attore Dante Galeazzi: «In Addis Abeba, città di africani, per un pezzo non si vide più un africano».

Deciso a farla finita coi ribelli a dispetto di ogni trattato, il Duce dà ordine che «tutti i civili e religiosi comunque sospetti devono essere passati per le armi». Tutti. Compreso Destà Damtù, il genero di Hailé Selassié. Che importa dello sdegno internazionale? «E nello scroscio del plotone di esecuzione echeggiò la più strafottente risata fascista in faccia al mondo», esulta la «Gazzetta del Popolo». «Schiaffone magistrale (…) sulle guance imbellettate della baldracca ginevrina». Bilancio complessivo? Migliaia di morti. Compresi «cantastorie, indovini e stregoni», rei di auspicare il ritorno del Negus: «Ho ordinato che fossero arrestati e passati per le armi. A tutt’oggi ne sono stati rastrellati ed eliminati settanta» Il peggio, però, arriva a maggio. Quando Graziani decide di inviare il generale Pietro Maletti, di cui apprezza la cieca obbedienza, a spazzare via preti, diaconi, fedeli di Debrà Libanòs, l’amatissimo monastero fondato nel XIII secolo che considera «un covo di assassini, briganti e monaci assolutamente a noi avversi»: è convinto che i due bombaroli di Addis Abeba siano passati nella fuga proprio di lì.

Dopo alcuni sommari accertamenti e la separazione dei religiosi dagli occasionali pellegrini, nella mattinata del 21 maggio Maletti trasferì nella piana i monaci, i quali furono scaricati a gruppi dagli autocarri e fucilati dagli ascari libici e somali di fede musulmana e dagli uomini di etnia Galla della banda di Mohamed Sultan (45º Battaglione coloniale musulmano). In poche ore vennero giustiziati sommariamente 297 monaci e 23 laici, anche con l’utilizzo di mitragliatrici; Graziani, avvisato dell’esecuzione, intorno alle 15:30 poté comunicare a Roma che il generale Maletti: «[…] ha destinato al plotone di esecuzione 297 monaci, incluso il vice-priore, e 23 laici sospetti di connivenza. Sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale, che verranno tradotti e trattenuti nelle chiese di Debra Brehan. Il convento è stato in conseguenza chiuso definitivamente».

Dopo appena tre giorni però il viceré cambiò repentinamente idea (forse istigato dal più spietato e pavido degli aristocratici collaborazionisti, Hailù Tecla Haimanot) e comunicò a Maletti che era ormai certo che la responsabilità era da attribuire a tutti gli occupanti del convento, così il generale Maletti con il suo consueto zelo provvide subito a far scavare due profonde fosse in località Engecha, non lontano da Debra Brehan, dove le mitragliatrici falciarono 129 diaconi, facendo salire così il numero delle vittime a 449. Maletti inviò a Graziani un telegramma con scritto “Liquidazione completa”, a prova dell’avvenuto massacro, e Graziani comunicò la nuova cifra dei giustiziati a Roma.

Gian Antonio Stella per il Corriere della Sera

 

Ad oggi nessuna autorità italiana ha mai sentito il dovere di chiedere scusa agli etiopici.  E nessuno ha mai portato un  fiore a Debra Libanos…. ( ndr Raiawadunia )

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