Vergognoso! Nei giorni delle stragi di mafia, Totò Riina aveva un telefonino in carcere e dava ordini

Allucinante!

Nei giorni delle stragi di mafia, mentre le cosche disseminavano di bombe il nostro paese, Totò Riina, in carcere, aveva a disposizione un telefonino

Totò Riina potrebbe aver partecipato attivamente alla seconda stagione delle stragi di Mafia (dopo quella del 1992 con gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino), ovvero gli attentati con bombe a Milano e Roma nel 1993 organizzati dai fratelli Graviano, da  Matteo Messina Denaro e dal cognato-reggente Leoluca Bagarella. L’intento, secondo i magistrati, è quelle stragi arrivassero a piegare le resistenze allo Stato. Tutto nella cornice di un’oscena trattativa tra Stato e Mafia sulla quale da anni si prova, tra mille difficoltà e depistaggi, a far luce.

La rivelazione viene dal giudice Andrea Calabria che nel 1993 Calabria si occupava dei detenuti al Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, mentre oggi è presidente di sezione della Corte d’ Appello di Roma e 20 giorni fa nell’aula bunker dell’Ucciardone ha raccontato quanto aveva scoperto in una nota riservata del Capo della Polizia.

«Non so se l’avevo già detta questa cosa piuttosto importante che riguardava  Riina venne una segnalazione riservata del ministero dell’Interno credo proprio dal capo dalla polizia nella quale si ipotizzava che con l’ausilio di alcun agenti di polizia penitenziaria a Rebibbia Riina avesse a disposizione un apparato per comunicare con l’esterno, un telefono o un telefonino», spiega Calabria ai giudici rilevando quello che potrebbe essere per l’appunto un dettaglio inquietante per quello che era il periodo “clou” della stagione delle stragi, con le bombe esplose di lì a poco nella notte del 27 luglio 1993 tanto a Roma quando a Milano.

«Fui proprio io, d’accordo con il consigliere Filippo Bucalo, a trasferire Riina al carcere di Firenze Sollicciano per qualche mese in attesa di fare gli accertamenti e verificare se questa notizia fosse fondata o infondata» spiega il giudice Calabria fornendo poi un dettaglio forse più “inquietante” che getta qualche ombra sui protagonisti inseriti nella sua deposizione: a stoppare quel trasferimento è stato Francesco Di Maggio, all’epoca vicecapo del Dap, anche lui magistrato famoso all’epoca considerato una sorta di «nuovo» Falcone. Ebbene, conclude Calabria «Io presi qualche giorno di ferie, Di Maggio richiamò Bucalo e gli fece revocare il provvedimento facendo rimanere Riina detenuto a Rebibbia. In base a quali informazioni io non lo so». Secondo il giudice, l’allora Capo della Polizia – Vincenzo Parisi, scomparso negli anni Novanta proprio come Di Maggio – non diceva come aveva saputo quella notizia: «Sono quelle relazioni riservate che sono indirizzate al Dap, dove non si indica la fonte». Il caso poi rimane “coperto” e oggi i pm provano a capire perché non vi furono ulteriori controlli, qualora fosse  confermato quanto riferito da Calabria.

La storia del telefonino nelle mani di Riina era circolata già anni fa e il racconto di Calabria ne è una conferma clamorosa.

Appare singolare che il magistrato la racconti solo ora appellandosi a una dimenticanza o a ” un non so se l’avevo già detto”. Ancor più difficile è credere a una collusione di Francesco Di Maggio con Cosa Nostra. Chi lo conosceva, è morto nel 1996, lo sapeva fino in fondo impegnato nella lotta a Cosa Nostra.

Certo è che se Riina, in un carcere di massima sicurezza, aveva a disposizione un telefonino ciò era possibile solo con connivenze di altissimo livello. Nel cuore dello Stato e delle Istituzioni.

Ancora più strano è che una notizia del genere sia stata veicolata dall’allora capo della Polizia Parisi solo verso l’amministrazione penitenziaria e non verso i ministeri competenti e i giudici dell’antimafia.

Fu una stagione di intrighi feroci e innominabili quella di quegli anni. Provare a spiegarla mettendola sulle spalle del solo Francesco Di Maggio che non può più difendersi da una parte è ridicolo, dall’altra fa capire quanto ancora oggi i veleni di quei giorni continuino a rendere irrespirabile l’aria.

Sarebbe ora di farla finita.

Che la verità emerga. Per intero. Si sveli la trattativa tra stato e mafia,, i suoi vergognosi contenuti, chi la promosse e perché.E chi deve pagare paghi.

Ce lo chiede la memoria dei tanti, a partire da Falcone e Borsellino, che nella lotta per liberare l’Italia dal cancro mafioso ci hanno rimesso, coraggiosamente e con limpidezza, la vita.

 

silvestro montanaro

 

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: