Vietato scioperare in un’ azienda russa in Italia. Ordine di Salvini

Il caso degli scioperi operai di fronte ai cancelli della raffineria di Priolo Gargallo, appartenente al gruppo petrolifero russo Lukoil, è finito sotto l’attenzione mediatica nazionale in seguito alla pubblicazione di alcune lettere, scambiate fra l’ambasciatore russo in Italia, il ministero dell’Interno e la prefettura di Siracusa, che hanno alimentato le polemiche sui rapporti tra la Lega e Mosca. Infatti, il prefetto Luigi Pizzi, che ha vietato per motivi di “ordine pubblico e pubblica sicurezza” gli assembramenti operai contro il taglio dei posti di lavoro nei pressi dello stabilimento, avrebbe agito dietro richiesta del Viminale. Che a sua volta ha ricevuto pressioni da parte dell’ambasciatore Sergey Razov, per motivi che non hanno nulla a che vedere con la sicurezza. Infatti, nella lettera del diplomatico russo indirizzata direttamente a Matteo Salvini (che si apre con un amichevole “Caro Matteo”), in cui si richiede di bloccare le manifestazione, ci sono riferimenti a perdite finanziarie e interessi economici della compagnia russa in Italia. Nessun accenno a questioni di ordine pubblico. Tuttavia il 9 maggio scorso il prefetto di Siracusa ha vietato le manifestazioni davanti ai 12 ingressi del polo petrolchimico.

La questione è diventata un caso mediatico a causa del coinvolgimento del ministero dell’Interno e dell’ambasciata russa, ma si tratta di una vicenda nata ben prima del 24 luglio, giorno in cui sono state pubblicate le lettere. Abbiamo provato a ricostruirla passo per passo con Giuseppe Massafra, segretario confederale della Cgil, che ha raccontato a Fanpage.it la lotta dei sindacati contro il divieto di sciopero ai danni degli operai di Priolo Gargallo. La Cgil aveva infatti provato a bloccare l’ordinanza con un ricorso al Tar, il Tribunale amministrativo regionale, denunciando come l’ordinanza rappresentasse un oltraggio “ai principi più elementari del diritto di sciopero, della libertà di riunione e dei principi costituzionali”. Tuttavia, secondo il Tribunale, “il provvedimento impugnato non recideva la possibilità di esercizio dei diritti di riunione e di sciopero, né delle libertà sindacali, limitandosi a enucleare alcuni siti in cui viene introdotto il divieto di assembramento”. Una spiegazione che non aveva placato le proteste. “La pronuncia data provvisoriamente dal Tar non ci convince. Continuiamo a pensare che siano stati lesi diritti di libertà”, aveva affermato il sindacato annunciando un nuovo ricorso al Cga, il Consiglio di Giustizia Amministrativo.

Pressioni politiche

“Come si può palesemente notare l’ordinanza del prefetto non è dettata da motivi di ordine pubblico o da particolari esigenze produttive. Piuttosto quell’ordinanza nasce in virtù di pressioni politiche che calpestano i principi più elementari del diritto di sciopero, della libertà di riunione e dei principi costituzionali. Ci sono inoltre aspetti di natura giuridica che lasciano assai perplessi come ad esempio il fatto che le attività produttive in questione non sono e non possono essere riconducibili alla natura di servizio pubblico, che come è noto viene regolamentato da particolari e specifiche norme, anche esse, tuttavia, garantiste del diritto inalienabile delle libertà sindacali e dello sciopero”, aveva proseguito la nota della Cgil firmata da Massafra.

Il segretario nazionale ci ha quindi spiegato che i sindacati sono venuti a conoscenza delle lettere, e delle sollecitazioni dal governo russo per impedire le proteste sindacali, solamente in sede di ricorso. La questione sarebbe stata infatti resa nota dallo stesso prefetto che, giustificando al Tribunale il provvedimento, avrebbe affermato di adempiere semplicemente ad un’ordinanza arrivata dal ministero. “Non si tratta allora di un provvedimento per garantire l’ordine pubblico, ma di una chiara e pesante ingerenza politica rispetto ad un tema fondamentale quale il diritto di mobilitazione”, ci ha spiegato Massafra. Il segretario della Cgil, inoltre, ha definito l’intervento del Viminale come “un’anomalia”, in quanto normalmente i rapporti diplomatici dovrebbero verificarsi attraverso gli uffici del ministero degli Esteri.

 

Diritto allo sciopero

“È stato scavalcato il diritto costituzionale”, continua Massafra descrivendo la decisione del prefetto come un anticipo del nuovo quadro giuridico introdotto dal decreto sicurezza bis, che “limita in modo inaccettabile il diritto di mobilitazione”. Il provvedimento, sottolinea il segretario della Confederazione, è stato aggravato dal caso delle ingerenze, “ma è di per sé un fatto gravissimo”, in quanto “limita la libertà di manifestazione” e compromette il futuro dei lavoratori. Quindi spiega: “Era in corso un tavolo di lavoro in prefettura dove si stava discutendo, nella possibilità del cambio di appalti, su come evitare una crisi occupazionale. Era un confronto costruttivo che andava avanti da un anno e mezzo, ma poi quando è cambiato il prefetto si è bloccato tutto quanto”. Luigi Pizzi è stato nominato prefetto di Siracusa lo scorso 29 novembre 2018 al posto di Giuseppe Castaldo, e si è insediato il 18 dicembre. “Ci siamo trovati di fronte a un muro, di cui l’apice è stata l’ordinanza del 9 maggio”, ha affermato Massafra.

Sottolineando che la priorità del sindacato ora sia la “tutela dei lavoratori da un punto di vista occupazionale e per quanto riguarda il loro diritto di sciopero”, Massafra ha concluso augurandosi che la vicenda rimanga sotto i riflettori della politica nazionale: “Si tratta di un episodio inquietante e pericoloso di ingerenza diplomatica che ha minacciato il diritto dei nostri lavoratori. Non vorremmo trovarci un giorno a vedere la nostra libertà democratica messa in discussione non solo dal nostro governo, ma a causa dell’intromissione di un Paese straniero “.

 

FANPAGE

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