Visita all’ospedale del premio nobel per la pace che cura le donne stuprate in Congo nella guerra per le materie prime

Quando si passa attraverso la porta dell’ospedale Panzi, nella zona alta a Bukavu, il capoluogo del sud Kivu, tti poni subito una domanda e hai subito varie certezze.: 1. Ci sono centinaia di donne violentate che riposano nei suoi giardini, che parlano sussurrando nei corridoi, che si curano nelle sue stanze . Qual è la vera dimensione della violenza sessuale in questa area del Congo? 2.- Siamo, forse, nel posto più pulito, più ordinato e dignitoso del Congo. 3. La sofferenza fisica e mentale che queste donne hanno sofferto è inimmaginabile, ma sapere che ora sono nelle migliori mani possibili è una consolazione. 4.- Non c’è quasi nessuna vigilanza alle porte del centro e nessuna protezione statale. Eppure all’interno di questo ospedale lavora uno dei medici più a rischio in tutto il mondo, che ha già subito quattro attentati alla sua vita ma nonostante tutto continua, ogni giorno, a lavorare, a fare il suo dovere. Parliamo di di Denis Mukwege, un ginecologo che ha operato migliaia di donne massacrate da gruppi armati che le consideravano niente altro che bottino sessuale di guerra.
All’interno del centro l’irrequietezza delle strade, la criminalità, il rumore o la violenza non hanno posto alcuno Le regole sono rigide e si respira un’atmosfera da giardino giapponese. L’equipe di Mukwege non solo ripara i corpi delle donne, ma riattiva anche i loro cuori e le loro menti. Le donne congolesi sono molto coraggiose: molte hanno lottato con tutte le loro forze contro i loro stupratori, a volte diversi soldati in una sola volta, e dopo lo stupro di massa sono rimaste paralizzate, incapaci di muovere persino le braccia, mute.
Qui in ospedale,, nella prima fase, partecipano a corsi tenuti da ex pazienti ormai guarite. Imparano a cucire abiti, a realizzare borse, cesti di vimini. L’obiettivo è che riinizino a muovere le estremità, a comunicare di nuovo, tra loro a riprendersi l’autostima rubata dai violentatori. Con la vendita di questi prodotti, queste donne guadagnano il denaro necessario per continuare a nutrire la propria famiglia, a sostentarla mentre si riprendono.
Poi viene loro spiegato che hanno dei diritti, tra i quali quello di denunciare i loro assalitori. L’ospedale fornisce loro un aiuto legale gratuito. Sfortunatamente, solo una piccola minoranza denuncia. Le possibilità di condanna per i violentatori in Congo sono minime. L’impunità è totale. La paura di possibili vendette, inoltre, è quasi certezza.
Non è una visita facile: ci sono donne spezzate per sempre. Una di loro, i cui occhi sono stati cavati dagli stupratori, avverte la mia presenza. Abbozza un povero sorriso. “Crediamo che lo stupratore fosse qualcuno a lei noto, che l’ha lasciata cieca in modo che non potesse identificarlo.”
Un’altra fase dell’attività ospedaliera è quella degli interventi chirurgici. L’ospedale Panzi conta sui migliori chirurghi del paese insieme a Heal africa presente a Goma, capitale del Nord Kivu, che soffre la stessa orrenda epidemia di violenza sessuale, oramai divenuta un’ arma di guerra.

I ginecologi di tutto il mondo vengono qui per imparare dai dottori congolesi dell’ equipe di Mukwege, i migliori al mondo nelle riparazioni di vagine di donne stuprate e fistole ostetriche, una delle lesioni più gravi, quasi sempre una conseguenza delle violenze sessuali.

Da El Mundo

Ogni giorno, ogni santissimo giorno, nella Repubblica Democratica del Congo, migliaia di donne, di ogni età, persino bambine, soffrono l’orrore dello stupro.
I loro corpi sono bottino di guerra, denaro vivente con cui remunerare i miliziani dei mille piccoli eserciti che si contendono le aree minerarie di questo paese talmente ricco di materie prime, e di quelle più rare, da essere chiamato lo “scandalo geologico del pianeta Terra”.
In questo paese non esistono fabbriche di armi, eppure ne circolano tantissime. Con poche decine di migliaia di dollari si arma un piccolo esercito e si partecipa al saccheggio. Uno degli strumenti, per metter fine a questo infinito orrore, sarebbe l’obbligo di rendere tracciabile il percorso delle materie prime. Rendere illegale e difficile il commercio di quelle materie prime frutto di rapina e violenza. In America, sotto Obama, una legge aveva impostato il problema e obbligato le aziende americane alla trasparenza sui propri rifornimenti. Gli stupri e le violenze erano immediatamente e sostanziosamente calati nel Kivu.
Con Trump quella legge è stata messa in un angolo, nell’interesse delle aziende americane. Non in quello delle donne congolesi. L’orrore è ricominciato.

nota a margine di Raiawadunia

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