Vogliamo la verità su Silvia Romano

Sono 100 giorni che Silvia Romano, operatrice della onlus Africa Milele, è stata rapita a Chakama un villaggio della zona costiera del Kenya e ormai da troppo tempo non si sa niente delle indagini per trovare lei e i suoi rapitori.

All’inizio, con una certa fretta e una buona dose di pregiudizio, si parlò di azione terroristica. Poi si disse che si trattava di una banda di balordi locali ingolositi dai denari che certamente una ragazza bianca doveva avere con sé. Si disse che il rapimento – avvenuto la sera del 20 novembre –  era un incidente dovuto al fatto che Silvia aveva lasciato in camera il cellulare con l’applicazione che in Kenya tutti usano per spostare denaro verso altri cellulari o verso agenti che si trovano ovunque, anche in zone remote.

A più riprese le autorità keniane che stavano conducendo le indagini dissero con sicumera che Silvia era ancora nel paese, in una zona identificata, e che sarebbe stata portata a casa al più presto. Numerose persone vennero arrestate e poi rilasciate perché non si erano trovate prove del loro coinvolgimento. Una ridda di informazioni che, con il senno di poi, possono essere interpretate come il segnale che, in realtà, le indagini brancolavano nel buio fin dall’inizio e che si dava in pasto all’opinione pubblica quello che voleva sentirsi dire.

A noi italiani, qui in Kenya, fu detto di tenere un profilo molto basso nel chiedere informazioni e nel rilasciare eventuali dichiarazioni, per non intralciare le indagini. E noi, che volevamo vedere Silvia libera, ci siamo attenuti scrupolosamente al consiglio. Ma ora, dopo 100 giorni, le domande non possono più essere rimandate e qualcosa di ufficiale deve essere detto, se non altro per sottrarre Silvia alle voci incontrollate che da qualche tempo girano su alcuni mezzi d’informazione locali e hanno ormai raggiunto anche il nostro paese.

Un giorno ci si allarma per notizie riportate anche dai mass media keniani più autorevoli che stabiliscono un collegamento tra i rapitori della volontaria e i terroristi implicati nell’ultimo grave attacco a Nairobi. Ma il giorno dopo si capisce che il collegamento è così tenue da far pensare più a un “trucco” per poter trattenere in carcere un po’ più a lungo i sospettati di terrorismo e cercare di provare le accuse loro rivolte. Intanto, si è buttato là un dubbio che potrebbe venir agitato in caso di bisogno.

E poi, come sempre in questi casi, le interferenze di esibizionisti o di sciacalli di ogni genere che per avere il proprio nome pubblicato su un giornale o per la speranza di un facile guadagno, sono disposti a dire tutto e il suo contrario.

Sembra essersi messa in moto anche una vera e propria ‘macchina del fango’ che potrebbe affondare le radici nell’ambiente, per certi aspetti non proprio cristallino, di Malindi, la località turistica più frequentata dagli italiani sulla costa del Kenya, nel cui entroterra si trova il villaggio dove Silvia è stata rapita. Un video preparato da un’emittente locale, la vorrebbe coinvolta addirittura in un traffico d’avorio.

Il sospetto fa a pugni con il profilo della nostra volontaria, troppo giovane e sanamente idealista per immaginare che possa essersi prestata a traffici illeciti, per di più dannosi per la fauna selvatica e l’ambiente. Ma conosciamo fin troppo bene la tecnica: sollevare un polverone mettendo in collegamento notizie disparate e inconciliabili in modo che alla fine la vittima diventi “forse colpevole di qualcosa” e nessuno debba rispondere della propria inettitudine, mentre i veri colpevoli possono farla franca.

In un contesto come quello descritto, è necessario che le autorità italiane competenti informino l’opinione pubblica sulla situazione delle indagini e su cosa si sta facendo per riportare Silvia a casa. Lo si deve a lei, alla sua famiglia e a noi tutti. Non vorremmo dover pensare che, nell’attuale clima politico del nostro paese, le voci incontrollate e la ‘macchina del fango’ non vengono bloccate e smentite immediatamente perché tutto sommato fanno il gioco di chi sta usando pretesti di ogni genere per delegittimare il lavoro delle ong e dei volontari italiani nel mondo.

 

Bruna Sironi per NIGRIZIA

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